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    Messaggio Da APUMA Mer 28 Dic 2022 - 10:26

    Iran, campionessa di scacchi senza velo al mondiale per sostenere le proteste. Il ministro Tajani convoca l’ambasciatore

    E' LA STAMPA  BELLEZZA!!!!!!! - Pagina 30 Iran13

    Sara Khadim al-Sharia ha preso parte al Campionato mondiale 2022 in Kazakistan senza indossare l’hijab obbligatorio, mentre nel suo Paese continua la repressione della popolazione da parte del governo. Iran Human Rights: "Proseguono le esecuzioni capitali, 476 manifestanti uccisi da metà settembre".

    Il mondo dello sport iraniano sfida ancora il governo di Teheran. Questa volta è la campionessa di scacchi Sara Khadim al–Sharia a esprimere solidarietà per i manifestanti che da oltre 100 giorni sfilano e protestano nelle strade del suo Paese. Lo ha fatto partecipando al Campionato mondiale 2022 in Kazakistan senza indossare l’hijab obbligatorio. Un gesto di sostegno all’insurrezione portata avanti, da più di tre mesi, dai suoi concittadini. La foto della ragazza, 25 anni, davanti alla scacchiera con il suo ciuffo di capelli sberleffo ai conservatori iraniani ha fatto il giro del mondo proprio mentre a Teheran il presidente Ebrahim Raisi lanciava il suo anatema contro i dimostranti: “Non avremo nessuna pietà”. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani intanto ha convocato per domani l’ambasciatore iraniano Mohammad Reza Sabouri, accelerando i tempi: il diplomatico di Teheran è soltanto designato perché non ha ancora presentato le credenziali al Quirinale “ma la gravità della situazione in Iran ha indotto il governo a fare questo passo”, ha fatto sapere la Farnesina.

    Nonostante le pressioni e la repressione violenta del governo di Teheran, i personaggi dello sport e dell’arte continuano a protestare contro l’hijab. Il velo islamico è diventato un simbolo da combattere dopo la morte di Mahsa Amini, la 22enne curda arrestata dalla polizia morale con l’accusa di averlo indossato male. Una delle prime atlete iraniane ad apparire in una competizione senza lo hijab è stata Elnaz Rekabi, durante l’arrampicata su roccia nelle competizioni in Corea del Sud. Ora è la volta di Sara Khadim al-Sharia, prima giocatrice di scacchi iraniana che, oltre a guadagnarsi il grado di gran maestra femminile, è riuscita anche a vincere il titolo di maestra internazionale di scacchi all’84mo Congresso mondiale di scacchi all’età di 18 anni.

    Alle proteste per la morte di Mahsa Amini si sono unite numerose atlete, non solo in Iran. Come nel caso di Niloufer Mardani, salita senza velo sulla pedana dopo la gara di pattinaggio artistico femminile in Turchia. E Parmida Ghasemi, l’arciera della nazionale iraniana, che ha tolto l’hijab davanti ai funzionari della federazione alla premiazione al termine della Tehran Tirokman League. Decine anche le artiste iraniane che hanno pubblicato foto e video a capo scoperto, tra cui Taraneh Alidousti: in prigione dal 26 dicembre, è ancora detenuta nel reparto 209 di Evin, il carcere dei dissidenti.

    Secondo Iran Human Rights (Ihr), ong con sede a Oslo, da metà settembre sono 476 i manifestanti uccisi. Inoltre, almeno 100 iraniani arrestati durante le contestazioni dovranno far fronte a delle accuse che comportano la pena di morte. Tredici di loro sarebbero già stati condannati all’esecuzione capitale. “Emettendo condanne a morte e giustiziando alcuni manifestanti”, le autorità “vogliono che le persone tornino a casa”, ha dichiarato il direttore di Ihr, Mahmood Amiry-Moghaddam, ricordando che “la strategia delle autorità è instillare paura con le esecuzioni”. Il rapporto sulla situazione dei diritti umani in Iran, pubblicato da Human Rights Activists News Agency – agenzia di stampa iraniana degli attivisti per i diritti umani con sede negli Stati Uniti -, indica che il numero di esecuzioni è aumentato di oltre l’88% nel 2022, rispetto all’anno precedente.
    Fonte: IlFattoQuotidiano.It
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    Messaggio Da APUMA Ven 30 Dic 2022 - 11:06

    Morto Pelé | Dal lavoro come lustrascarpe ai comandamenti dettati da suo padre, dai tre mondiali vinti al rapporto con Maradona. Storia di una divinità

    E' LA STAMPA  BELLEZZA!!!!!!! - Pagina 30 Pelzo10

    Il perché del suo nome, Edson. E soprattutto il perché del suo nomignolo, che lo rende riconoscibile da generazioni, in tutto il mondo. Il mito del padre, che da bambino voleva emulare e a cui, dopo il Maracanazo, la disfatta del Brasile nel 1950, promise: "Ci penso io a far vincere il mondiale". E poi tutta la carriera fuori dal campo, fino alle scintille con Diego, la sua nemesi.

    L’uomo in maglia azzurra è appena visibile al centro dell’inquadratura. Ha la faccia rivolta verso la sua porta e l’espressione grave di chi ha già capito come andrà a finire. La sua postura è sghemba, innaturale, sballata. Ha il corpo proteso in avanti in un gesto di resistenza così disperato da fare quasi tenerezza. Una situazione difficile da spiegare per uno che era stato soprannominato “Roccia”. In quel pomeriggio del giugno 1970 Tarcisio Burgnich è entrato nella storia. Ma dalla parte sbagliata. Non la scrive, la subisce. Un campione che diventa profeta del vangelo altrui. Perché alle sue spalle un uomo in maglia gialla sta fluttuando nell’aria. Da un’eternità. Non salta, ascende al cielo. Non segue lo scorrere del tempo, lo dilata, lo rallenta, lo arresta. Poi lo accelera improvvisamente. Quando la sua fronte si stampa contro il cuoio del pallone la transustanziazione pagana è ormai completata. Prendetene e gioitene tutti. In quel momento il ragazzo con il dieci sulle spalle ha smesso di essere un uomo. È diventato divinità, nume tutelare non di un popolo non diviso in base alla nazionalità ma unito dalla stessa identica fede. Il suo verbo non si predica. Si ammira. Una serpentina dietro l’altra. Un sombrero dopo l’altro. La sua evangelizzazione è totale. Chi lo guarda si converte al suo monoteismo. Non avrai altro signore al di fuor di lui. Ma pronuncerà spesso il suo nome invano. Va così in ogni partita. Solo che stavolta è diverso.

    Quel gol segnato all’Italia nella finale del Mondiale del 1970 diventa prima icona e poi santino. Ovunque proteggi. Tanto che il giorno dopo il cronista del Sunday Times ha deciso di metterlo nero su bianco: «Come si scrive Pelè? D-I-O». Un’esagerazione. O forse no. Perché anche quel nomignolo di O’ Rey ha iniziato da tempo a stargli stretto. Un monarca per diritto divino. Che nessuna rivoluzione riuscirà mai a rovesciare. Quello di Pelé è un racconto personale che si fa collettivo. Un poema omerico che si trasmette oralmente. Quasi sempre con qualche aggiunta. Più raramente con qualche sottrazione. Perché dove non arrivano quei vecchi VHS, dove finiscono quelle immagini così sgranate, arriva la leggenda. Raccontare Pelé vuol dire raccontare un’era. Quella dei nostri padri e delle nostre madri. Dalla paura per la guerra alla speranza del benessere. Dai sogni in bianco e nero a quelli con colori sempre più vivaci. Dagli stati chiusi ermeticamente alla globalizzazione. Il brasiliano è l’uomo del passato che ci ha fatto vedere il futuro. Si è fatto prima simbolo e poi testimonial. Di tutto. Un marchio in carne e ossa. L’unico capace di diventare famoso tanto quanto la Coca Cola.

    La genesi risale al 23 ottobre 1940. La cometa si ferma sopra Três Corações. E non potrebbe essere altrimenti. Perché quello che allora è poco più di un paesino fatiscente nel sud est del Brasile tiene in modo particolare a far sapere di essere devoto ai Santissimi Cuori di Giuseppe, Maria e Gesù. L’elettricità è arrivata da talmente poco tempo che papà Joao Ramos e mamma Maria Celeste hanno un’intuizione. Chiamano il loro bambino Edson. Come a ringraziare per quel dono così salvifico. Sono anni famelici. Tasche vuote. Pance vuote. Esistenze da riempire. Il ragazzino cresce con una consapevolezza. Non ha nulla da perdere. Nel vero senso della parola. Suo padre è un calciatore. Solo che ha dovuto smettere per un infortunio al ginocchio. Il suo soprannome, Dondinho, era stato ripetuto da centinaia di tifosi. Ma in bocca a suo figlio suona in maniera così diversa.

    Edson cresce con un sogno. Emulare suo padre. Vuole diventare grande come lui. Vuole diventare forte come lui. E come lui vuole indossare il 9 sulle spalle. Ancora non sa che lo supererà in tutto. Anche nel numero. La frugalità diventa carta moschicida. Liberarsi sembra impossibile. I soldi evaporano in fretta, a casa c’è sempre bisogno di qualcosa. Così Edson deve trovarsi un lavoretto per contribuire al bilancio familiare. Inizia a fare il lustrascarpe. È l’esagerazione del simbolismo. Spesso accompagna i nonni che trasportano legname. Hanno un carro. E lui ama salire in groppa al cavallo per qualche minuto. Ma senza stancarlo, visto che è più una fonte di guadagno che un animale domestico. Quando torna a casa si trova davanti pomeriggi interminabili. Così si mette a giocare. Prende a calci un’oggetto che nella sua fantasia assomiglia a un pallone. In pratica è un calzino riempito di vecchi stracci e fogli di giornale. Quando va bene viene aggiunto anche un frutto. Qualcuno giura che si tratti di un pompelmo. Altri assicurano che si tratta di un mango. Non cambia niente. È un’immagine così forte che crea uno stereotipo, che diventerà la base per la narrazione standardizzata di ogni talento sudamericano. La prima svolta arriva all’improvviso. Quando Dondinho gioca nel Vasco de Sao Lourenco si porta dietro Edson agli allenamenti. Il figlio lo ammira, ma viene stregato dalla figura di Bilé, il portiere della squadra. Spesso il ragazzo si mette fra i pali e quando riesce a deviare un tiro si compiace con sé stesso urlando: «Grande Bilé!». Solo che ha un accento così marcato che è quasi impossibile da estirpare. E ha anche qualche piccolo difetto di pronuncia. La sua bocca storpia quel nome in «Pelé». Un altro ragazzino osserva, sorride, memorizza. Poi sputa contro Edson con quelle due sillabe: «Pelé». Ancora. E ancora. E ancora. Stando ben attento a far tintinnare il più possibile quella componente canzonatoria. Vuole fare male. E ci riesce. Eppure non sa ancora che quel nomignolo dispregiativo si trasformerà in un superlativo assoluto, apice di una parabola che diventerà metro di giudizio del talento. Quelle due sillabe gli si appiccicano addosso. E non lasceranno più.

    L’annunciazione del suo destino arriva il 16 luglio del 1950. Il Brasile affronta l’Uruguay nella finale dei Mondiali. Si gioca al Maracanà. La partita è un incidente di percorso, un piccolo supplizio da sopportare prima di essere proclamati campioni. O almeno così pensano i brasiliani. Sono convinti della vittoria. Tutti quanti. Lo stadio è tappezzato di striscioni. Sopra c’è scritto: «Saluti ai campioni del Mondo». Prima del fischio di inizio i Generale Angelo Mendes de Morais, Prefetto del distretto federale, prende il microfono e arringa la folla. «Voi, brasiliani, che io considero vincitori del Campionato del Mondo. Voi, giocatori, che tra poche ore sarete acclamati da milioni di compatrioti. Voi, che non avete rivali in tutto l’emisfero. Voi che superate qualsiasi rivale. Siete voi che io saluto come vincitori!». A portare in vantaggio il Brasile è Friaça. Le aspettative sgonfiano i muscoli dei brasiliani, accelerano i loro battiti, impiombano i loro piedi. In meno di un quarto d’ora Schiaffino e Ghiggia ribaltano il risultato. Viene giù tutto. Un Paese raccoglie i cocci dei suoi sogni, prova a chiudere un incubo nel cassetto. Quella giornata passa alla storia come il Maracanazo. Una decina di tifosi brasiliani vengono colti da infarto sulle tribune. Almeno due decidono di suicidarsi gettandosi dalle gradinate. Dondinho invece è nella sua stanza. Ma non c’è anestetico per addormentare quel dolore. Inizia a piangere a dirotto. Dice di star vivendo il giorno peggiore della sua vita. Edson si avvicina al padre. Ha dieci anni e una qualche strana forma divinatoria. Lo accarezza e gli sussurra di non piangere. Perché tanto ci penserà lui a far vincere un Mondiale al Brasile. Il giuramento si consuma davanti a un quadruccio di Gesù Cristo. E per quel ragazzino estremamente credente diventa destino.

    L’incontro che fa avverare la profezia arriva quattro anni più tardi. Waldemar de Brito, un autentico rabdomante del talento, si accorge del ragazzino. Telefona al Santos, parla con la dirigenza. Dice una frase che sembra una sparata, un grido delirante di un mitomane: «Ho trovato uno che può diventare il più forte del mondo». Poi porta Pelé al campo di allenamento del club. Quel ragazzo sembra così dannatamente uguale a tutti gli altri. «A guardarlo infagottato nella tuta Pelé non aveva nulla di speciale, né i muscoli né la statura. In campo sapeva fare tutto, per scienza infusa. Nessuno gli aveva insegnato nulla», scrive Gianni Mura. Ed è vero. Anni di calci a frutta avvolta in pedalini gli ha dato un tocco fuori dal comune. La fantasia di quel bambino che giocava nella polvere non è rimasta in forma astratta, ma si è trasformata nella ricerca di una soluzione alternativa a quella più comune. Lui ora fa cose diverse da tutti perché pensa in maniera diversa da tutti. La firma sul contratto è immediata. Poi dopo un anno nelle giovanili ecco la prima squadra. Dondinho prende da parte il figlio e gli ripete tre comandamenti. Primo: «Il calcio è per chi ha fegato». Secondo: «Non pensare mai di essere migliore di qualcun altro». Terzo: «Sul campo siete tutti uguali». È una bugia. Perché ci sono i calciatori. E poi c’è suo figlio. Lui ha un’altra tecnica, un’altra visione, un’altra sensibilità. La sua specialità era non avere una specialità. Ogni suo tiro è naturalmente attratto dalla porta. Ogni sua finta apre un universo parallelo che fagocita l’avversario, che apre una possibilità inesistente solo un minuto prima. Per il primo gol non bisogna aspettare molto. Arriva già all’esordio, in amichevole. 7-1 al Corinthians di Santo André. Pelé riceve in area ma è circondato. Fa niente. Perché lui un corridoio l’ha già visto. Colpisce secco. Il pallone si deforma contro il suo piede e inizia a correre spedito. Non si ferma più. Passa sotto il fianco del portiere Zaluar, si strofina contro la rete. Gol. Ne metterà in fila altri 1280. Una quantità insensata. Una dose massiccia che non creerà mai assuefazione. Anche perché per veder giocare Pelé serve fortuna. Resterà sempre in patria. Le sue imprese arrivano filtrate e frammentate. Contribuendo così a creare la sua leggenda. Come nel 1958. Edson gioca 38 partite. E va a segno 58 volte. Di destro. Di sinistro. Di testa. Al volo. Dopo aver saltato il portiere. Su punizione.

    La contabilità delle sue reti diventa parte essenziale della sua carriera. Per qualcuno è arrotondata per eccesso. Secondo altri in quella lista ci sarebbero anche dei gol di dubbia assegnazione. Ma si tratta solo di eccesso di zelo. Nello stesso anno prende parte al suo primo Mondiale. Just Fontaine è il miglior marcatore del torneo. Ma Pelé è qualcosa di soverchiante. Segna al Galles ai quarti, 3 alla Francia in semifinale, due alla Svezia in finale. La notte Edson non riesce a prendere sonno. Pensa ai suoi genitori. «Avranno ascoltato la partita alla radio?», di domanda. «Avranno visto i miei gol in televisione?», si tormenta. Per i brasiliani è una gioia indicibile ma lontana, arrivata in un Paese sconosciuto. Un successo luminoso che non riesce a lavare l’onta del Maracanazo. Da quel giorno Pelé e il Brasile tendono a sovrapporsi. In maniera sempre più accentuata. Parlare dell’uno vuol dire necessariamente parlare dell’altro. Il suo talento smette di essere un fatto personale. Diventa bene condiviso, elemento di unità nazionale. Tanto che il Governo decide di nominarlo “Tesoro del Brasile” in modo da disinnescare le attenzioni dei club europei. Nel 1962 la storia si ripete. Ma solo nominalmente. Il Brasile è campione del Mondo per la seconda volta consecutiva. Pelé è un’assenza che si trasforma in presenza fissa. Nelle seconda partita il 10 si infortuna. Viene sostituito da Amarildo. La Seleção vince. Ma le notizie non sono buone. Il problema è più serio del previsto. Pelé non scenderà più in campo. E per qualche anno non avrà neanche la medaglia d’oro. Lo sport si trasforma in letteratura. D’altra parte in quello che viene definito il “cammino dell’Eroe” c’è sempre un attimo in cui tutto sembra perduto.

    Quel momento arriva nel 1966. «La regina d’Inghilterra era Pelé», scriveva Venditti. Non è vero. Sua Maestà è Geoff Hurst. Il Brasile esce addirittura al Girone. Due punti in totale. Dietro a Portogallo e Ungheria. «È stato il momento peggiore della mia vita», dice Pelé. Ed è vero. Solo che non ha neanche tempo di pensarci. Edson continua a segnare. Un gol dietro l’altro. Dice che «un rigore è un modo meschino per segnare». Intanto il suo gol numero mille arriva proprio dal dischetto Lo segna ad Andrada. E il portiere se lo fa stampare sui biglietti da visita. L’uomo che ha subito ó milésimo. Un merito riflesso che diventa una riga di curriculum. D’altra parte quello non è più un attaccante. È un sentimento. Quando vola in Nigeria per una serie di amichevoli viene firmato un armistizio di due giorni con il Biafra. Perché tutti dovevano avere la possibilità di ammirarlo. Prima di riprendere a spararsi. In un’altra esibizione in Colombia viene espulso. È un affronto, lesa maestà. Durante la partita gli organizzatori dicono all’arbitro che può bastare così, che è inutile che continui a fischiare. E lo sostituiscono immediatamente. Nel 1970 l’ultima grande gioia. Con quell’ascensione al cielo nell’area dell’Italia che diventa cartolina e copertina, che si trasforma in sintesi di un’esistenza, di una rivoluzione sportiva. La discesa della sua parabola calcistica lo porta ai New York Cosmos. Ma solo perché era intervenuto il segretario di Stato americano Henry Kissinger. Il dio del calcio nella patria del Soccer. Una bestemmia. O quasi. A 37 anni dice basta. Perché i miracoli se ripetuti troppo a lungo diventano prestidigitazione semplice.

    Per lui inizia una nuova vita. Diventa testimonial di praticamente ogni prodotto. Ci mette la faccia sempre. Anche se dietro un giusto compenso. Pelé non fa parte di quella che Alberoni ha definito “élite senza potere”. Lui con il potere ci flirta. Fino a impersonificarlo. È stato ambasciatore più o meno di tutto. Dell’Onu, dell’Unicef, dell’Unesco. Anche della Fifa. Un compito che ha svolto in maniera molto democristiana, elevando a “più forte del Mondo” il calciatore di riferimento del Paese che visitava. Qualcuno lo ha definito un monumento al buonismo. Romario «Un poeta. Quando tiene la bocca chiusa». Nel 1995 viene nominato ministro straordinario per lo sport brasiliano. Maradona diventa la sua nemesi. Il genio in doppiopetto contro il genio del popolo. Pelé non snobba Diego. Ne pensa solo tutto il male possibile. Dice di essere stato più completo dell’argentino. Dice di aver segnato in tutti i modi. Mentre “l’altro” aveva avuto bisogno della mano per segnare di testa all’Inghilterra. Nel 2009 Diego è ct dell’Argentina. Pelé lancia l’affondo: «Maradona non è davvero un esempio per i giovani – dice – ha avuto la chance di ricevere un dono da Dio, quello di saper giocare a calcio: nonostante la sua vita molto sregolata c’è ancora gente disposta a dargli un lavoro. Se avessero un po’ di coscienza, non lo farebbero più. Se non cambia, non avrà mai più un lavoro. È stato un grande giocatore ma non è un esempio».

    Maradona risponde pescando nel machismo: «Pelé? Parla lui che ha perso la verginità con un uomo». È il trash che divora le sacre scritture del pallone. Un sincero disprezzo reciproco che va avanti per anni. Fino a quando non decidono di riappacificarsi. A favore di telecamere. Diego bacia Edson sulla fronte. È la fine della guerra fredda. Quando Maradona si spegne improvvisamente Pelé scrive: «Oggi so che il mondo sarebbe molto migliore se potessimo paragonarci di meno e cominciassimo ad ammirarci di più». E ancora: «La tua rapida partenza non mi ha permesso di dirtelo, quindi scriverò: ti voglio bene Diego». Un messaggio che forse adesso Edson potrà sussurrargli. Perché la sua vita si è spenta oggi. La sua leggenda, invece, è imperitura.
    Fonte: IlFattoQuotidiano.It

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    Messaggio Da APUMA Ven 30 Dic 2022 - 15:44

    È morta Vivienne Westwood, la regina della moda inglese

    Aveva 81 anni. Era malata da tempo e negli ultimi giorni le sue condizioni erano peggiorate.

    E' LA STAMPA  BELLEZZA!!!!!!! - Pagina 30 Vivien10

    Vivienne Westwood è morta oggi all'età di 81 anni. La conferma delle voci che erano circolate nelle ultime ore è arrivata direttamente dal proprio account. La regina della moda inglese è morta oggi a Clapham, nel sud di Londra, «in pace e circondata dalla sua famiglia».

    Nata a Tintwistle l’8 aprile del 1941, «Vivienne ha continuato a fare le cose che amava, fino all'ultimo momento, progettando, lavorando sulla sua arte, scrivendo il suo libro e cambiando il mondo in meglio. Ha condotto una vita straordinaria. La sua innovazione e il suo impatto negli ultimi 60 anni sono stati immensi e continueranno in futuro»: questo il messaggio che i congiunti hanno affidato al profilo della stilista, assieme a una pagina scritta dalla stessa Westwood sul «sistema spirituale Tao» al quale si ispirava. Al termine della citazione, «Vivienne, ti amiamo», conclude la pagina di testo.

    «Continuerò con Vivienne nel mio cuore – ha detto Andreas Kronthaler, marito e partner creativo della stilista –. Abbiamo lavorato fino alla fine e lei mi ha dato un sacco di cose con cui andare avanti. Grazie tesoro».

    Lei che era stata la regina incontrastata dell’estetica del punk, gli ultimi tempi, si considerava una taoista. «Sistema spirituale del Tao - aveva scritto -. Non c'è mai stato più bisogno del Tao oggi. Il Tao ti dà la sensazione di appartenere al cosmo e dà uno scopo alla tua vita. Ti dà un tale senso d'identità e forza sapere che stai vivendo la vita che puoi vivere e quindi dovresti vivere: fai pieno uso del tuo carattere e pieno uso della tua vita sulla terra».

    Vivienne ha sempre lottato per la giustizia e l'equità e ha lavorato a un piano per salvare il mondo. La stilista ribelle, nonostante gli 81 anni di età, ha continuato ad essere un'attivista politica fino a poco prima di morire: «Julian Assange – aveva dichiarato di recente – è un eroe ed è stato trattato atrocemente dal governo britannico». Oppure, «Il capitalismo è un crimine. È la causa principale della guerra, del cambiamento climatico e della corruzione».

    «La Vivienne Foundation – ricorda ancora la nota – una società senza scopo di lucro, fondata da Westwood alla fine del 2022, con i suoi figli e il nipote, sarà lanciata ufficialmente il prossimo anno per onorare, proteggere e continuare l'eredità della vita, del design e dell'attivismo di Vivienne. L'obiettivo della Fondazione è quello di aumentare la consapevolezza e creare un cambiamento tangibile lavorando con le ong, basandosi su quattro pilastri: cambiamento climatico, stop alla guerra, difesa dei diritti umani e protesta contro il capitalismo. La Fondazione Vivienne esiste per creare un mondo migliore e attuare i piani di Vivienne. Il suo ultimo monito: “Fermare il cambiamento climatico. Questa è una guerra per l'esistenza stessa della razza umana. E quella del pianeta. L'arma più importante che abbiamo è l'opinione pubblica. Diventa un combattente per la libertà”».
    Fonte: LaStampa.It

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    Messaggio Da APUMA Sab 31 Dic 2022 - 16:16

    Morto Joseph Ratzinger, papa emerito Benedetto XVI: il conservatore che ha rivoluzionato la Chiesa

    La morte alle 9.34 del 31 dicembre. Benedetto XVI è stato un papa enigmatico, una figura a tratti tragica, un uomo che ha albergato in sé le tensioni e le contraddizioni del cattolicesimo contemporaneo.

    Erede di Giovanni Paolo II, ha certificato la crisi di quel modello di Chiesa. Teologo conservatore, ha spianato la strada all'elezione di un successore riformista. Custode della tradizione, con la sua rinuncia ha rivoluzionato per sempre il papato. Benedetto XVI, morto oggi all'età di 95 anni, è stato un papa enigmatico, una figura a tratti tragica, un uomo che ha albergato in sé le tensioni e le contraddizioni del cattolicesimo contemporaneo.

    Nato in un'umile famiglia bavarese il 16 aprile 1927, a Marktl am Inn, entrato dodicenne in seminario, studente brillante, Joseph Ratzinger iniziò a soli 30 anni una prestigiosa carriera accademica. Partecipò da "perito teologico" al Concilio vaticano II nelle fila dei progressisti (1962-1965), poi - lo ha raccontato egli stesso - qualcosa si è rotto. Arrivò il Sessantotto, le contestazioni studentesche lo turbarono, si convinse che un pezzo di Chiesa stava travisando l'eredità conciliare in chiave progressista. Divenne cauto, guardingo.

    Paolo VI lo nominò arcivescovo di Monaco di Baviera e lo creò cardinale nel 1977, Giovanni Paolo II lo volle accanto a sé a Roma, nel 1981, come prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, il guardiano della ortodossia cattolica. Fu schernito come il "Panzerkardinal", il cardinale-carro armato, non gli mancarono, in realtà, delicatezza umana e raffinatezza intellettuale. Nel cuore dell'establishment vaticano, rimase ai margini della corte wojtyliana. Provò a dimettersi, il papa polacco rifiutò. E, morto Wojtyla, fu eletto quasi naturalmente, il 16 aprile 2005, 264esimo successore di Pietro. "Il pensiero della ghigliottina mi è venuto", confidò al giornalista tedesco Peter Seewald: "Ecco, ora cade e ti colpisce".

    Nelle intenzioni dei suoi sponsor avrebbe rilanciato il wojtylismo, accentuandone l'intransigenza nei confronti della modernità; ha lasciato esplodere gli scandali che iniziavano a venire a galla. Gli otto anni di pontificato sono stati accidentati e drammatici. "Sarò un umile servitore nella vigna del Signore", annunciò ai fedeli dal loggione centrale di San Pietro. Benedetto XVI ha fatto molto, viaggiato molto, e scritto molto. Trenta viaggi in Italia, ventiquattro all'estero, la cordialità con George W. Bush, il rilancio delle relazioni con la Cina seguito da una clamorosa marcia indietro, i rapporti travagliati con l'Italia di Berlusconi, Prodi, Monti. Una dura prova per un uomo timido, refrattario ai bagni di folla di wojtyliana memoria.

    "Il governo pratico non è il mio forte e questa è certo una debolezza", ammetterà dopo essersi ritirato. Ratzinger non ha mai smesso di essere professore: oltre a tre encicliche ("Caritas in veritate", "Deus Caritas est", "Spe Salvi"), ha mantenuto una ricca corrispondenza con filosofi e teologi, non priva di punte polemiche, ha continuato ad incontrare i suoi ex studenti, riuniti nel Ratzinger Schuelerkreis, ed ha scritto tre libri su Gesù di Nazaret, un impegno di tempo e di energie che ha fatto storcere il naso a più di un officiale di Curia preoccupato che fosse distratto dall'attività di governo e desse segnali di insofferenza per il ruolo di papa. Impensierito da un'Europa che rischia la "apostasia" da se stessa, e più ingenerale da un mondo dove i cristiani sono ignorati o perseguitati, impegnato nello sforzo di una "nuova evangelizzazione", da costruire a partire dai "valori non negoziabili", fautore di un cristianesimo minoritario e contro-culturale, "sale della terra" più che trionfante, il papa tedesco è incappato in svariati incidenti, che hanno modificato in corso d'opera l'agenda del pontificato. Non è stato aiutato dai suoi collaboratori più stretti, a partire dall'esuberante cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, amico di lunga data che non ha voluto abbandonare ai suoi destini, a costo di zavorrare il pontificato e nonostante le critiche che arrivavano dallo stesso campo ratzingeriano.

    Il papa tedesco ha acceso la rabbia nel mondo musulmano con il noto discorso di Ratisbona su fede e ragione (tematica incandescente affrontata da professore, ammetterà egli stesso anni dopo, e senza la necessaria accortezza diplomatica); ha irritato l'ebraismo con la decisione di beatificare il controverso papa Pio XII; ha scatenato le proteste di molti episcopati quando ha tolto la scomunica ai lefebvriani. Un vero e proprio rovello, per Ratzinger, che considerava il Concilio vaticano II, contestato dai tradizionalisti, non già in "discontinuità" o "rottura" con il passato ma quale "rinnovamento nella continuità dell'unico soggetto-Chiesa". Benedetto XVI è stato investito, soprattutto, da questioni che affondavano le loro radici nel pontificato di Wojtyla, senza godere, però, della "immunità" mediatica di cui beneficiava il suo predecessore.

    Gli abusi sessuali sui minori, innanzitutto: uno scandalo emerso una prima volta negli Stati Uniti nel 2001, ma tornato ad esplodere, a partire dal 2009, in mezza Europa. Prima di essere eletto, nella Via crucis del 2005, l'allora cardinale Ratzinger aveva denunciato la "sporcizia" della Chiesa, da Pontefice tacitò le prudenze curiali scandendo che "la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa". Una piaga, quella della pedofilia del clero, che tornerà ad investirlo quando, ormai emerito, l'arcidiocesi di Monaco porterà alla luce la leggerezza con la quale, da arcivescovo, aveva trattato il caso di un abusatore seriale. Da papa, Benedetto ha incontrato vittime, ha rimosso vescovi, ha dato un giro di vite alle norme canoniche.

    Clamoroso il caso del fondatore dei Legionari di Cristo, il sacerdote messicano Marcial Maciel, intoccabile nell'era Wojtyla, sanzionato dal papa tedesco. Ratzinger, ancora, ha firmato una storica convenzione finanziaria con l'Unione europea, nel nome della trasparenza, che ha innescato violenti conflitti attorno alle finanze vaticane, culminati con il traumatico licenziamento del banchiere dell'Opus Dei Ettore Gotti Tedeschi dalla presidenza dello Ior: Benedetto, si mormorò, non era stato preavvertito. Da ultimo, la fuga di documenti riservati dall'Appartamento papale, terminale di un opaco regolamento di conti di fine pontificato: il maggiordomo Paolo Gabriele, autore materiale del furto, affermò che Benedetto XVI gli sembrava "manipolabile", poco informato dai suoi collaboratori. Il pontificato si è avvitato su se stesso. Fino al clamoroso annuncio, comunicato in latino l'11 febbraio 2013 agli increduli cardinali riuniti in un concistoro ordinario, di una rinuncia al pontificato senza precedenti nella storia moderna: "Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino". Un trauma.

    "Non si scende dalla croce", commentò lo storico segretario di Giovanni Paolo II, il cardinale Stanislaw Dziwisz; in Italia, il cardinale Camillo Ruini chiosò la notizia con gelo. Benedetto ha scombinato i piani di chi preparava anzitempo la successione. Joseph Ratzinger e Jorge Mario Bergoglio non potevano essere più diversi ma l'elezione del secondo non sarebbe stata possibile senza la rinuncia del primo. La coabitazione, tuttavia, inizialmente cordiale, si è increspata col tempo. Sono emerse le differenze di fondo. E' stato lo stesso Francesco ad incoraggiarlo a non rimanere "nascosto", come egli aveva preventivato. E il "papa emerito", sempre vestito di bianco, è sì rimasto al riparo del monastero Mater Ecclesiae, nei giardini vaticani. Ma nei quadi dieci anni che lì ha trascorso - più della durata del pontificato - ha ricevuto una lunga teoria di sacerdoti, vescovi, anche cardinali che salivano al monastero per lamentarsi del Papa regnante. Sempre assistito dal suo segretario particolare, mons. Georg Gaenswein, oltre che da quattro consacrate laiche, ha continuato a pubblicare messaggi, lettere, saggi - sulla comunione ai divorziati risposati, sugli abusi sessuali, la cui causa prima, a suo avviso, è il tracollo morale del Sessantotto, sul celibato obbligatorio - interpretabili, con un po' di malizia, come contrappunti, se non interferenze, alle aperture bergogliane.

    Ora Benedetto XVI è morto, lasciando la testimonianza di un pontificato singolare. Messo in ombra dal carisma tanto di Giovanni Paolo II quando di Francesco - la proporzione delle cartoline nelle edicole attorno al Vaticano lo testimonia - Ratzinger rimane il campione dell'ortodossia cattolica che, con la rinuncia, ha rivoluzionato per sempre la figura del papato e il volto di Santa Romana Chiesa.
    Fonte: Repubblica.It 😭

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    Messaggio Da APUMA Lun 2 Gen 2023 - 16:20

    Jeremy Renner, la star Marvel ha subito un incidente: è grave ma stabile

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    L'attore Jeremy Renner ha subito un brutto incidente le cui dinamiche non sono ancora state chiarite, ma le cui conseguenze non sembrano per nulla buone al momento. Per ora le sue condizioni restano gravi ma stabili, secondo quanto emerge dai primi dettagli che i media stanno condividendo in queste ore di grande preoccupazione.

    Tutto sarebbe accaduto solamente poche ore fa nella sua tenuta in Nevada, vicino al monte Rose-Ski Tahoe, dove Renner ha una sua proprietà. La regione non è stata risparmiata dall'ondata di gelo e tormente che hanno colpito gli Stati Uniti e proprio alla vigilia di Capodanno l'area è stata colpita da una tempesta invernale che ha provocato la perdita di elettricità in circa 35.000 abitazioni.

    A quanto pare l'incidente di Renner si è verificato mentre l'attore stava usando uno spazzaneve per liberare il terreno nel suo ranch, ma non si conoscono i dettagli specifici dell'incidente e le dinamiche che lo hanno causato. Subito dopo l'accaduto Renner è stato trasportato in ospedale tramite elisoccorso e ora si attendono nuovi aggiornamenti sul suo stato di salute.

    Renner è noto per diverse interpretazioni ma in tempi recenti lo abbiamo seguito maggiormente per il suo ruolo nel Marvel Cinematic universe come Occhio di Falco, personaggio al quale è stata anche dedicata una serie su Disney+. Ma Renner ha anche ottenuto una nomination all'Oscar come miglior attore nel 2010 per The Hurt Locker e una l'anno successivo come attore non protagonista per The Town.
    Fonte: HDBlog.It


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    Messaggio Da APUMA Ven 6 Gen 2023 - 16:24

    Noah Schnapp fa coming out su TikTok: «Sono più simile a Will Byers di quanto pensassi»

    L'attore diciottenne, star di Stranger Things dove interpreta l'omosessuale Will Byers, ha fatto coming out con un video condiviso su TikTok in cui ha scritto: «Quando ho finalmente detto ai miei amici e alla mia famiglia che sono gay, tutto quello che hanno risposto è stato “lo sappiamo”».

    Noah Schnapp, diciottenne attore star della serie Stranger Things, ha fatto coming out con un video condiviso su TikTok con su scritto: «Quando ho finalmente detto ai miei amici e alla mia famiglia che sono gay dopo aver avuto paura di farlo per 18 anni, tutto quello che hanno risposto è stato “lo sappiamo”». Nel filmato, che sta facendo il giro dei social, una voce femminile recita: «Sai cosa non è mai stata? Una cosa così seria. Non è mai stata una cosa così seria. Francamente, non sarà mai una cosa così seria». E nella didascalia Noah aggiunge ironico: «Immagino di essere più simile a Will Byers di quanto pensassi». Il riferimento è al personaggio da lui interpretato in Stranger Things. Per anni i media e i fan hanno discusso della presunta omosessualità di Will Byers, finché Noah Schnapp lo scorso luglio, in un'intervista a Variety, aveva rivelato: «Will Byers è gay e prova dei sentimenti per Mike».

    Negli episodi finali della quarta stagione, il momento in cui Will parla con l’amico e cerca di fargli capire i suoi sentimenti, per poi girarsi dalla parte opposta cercando di nascondere le lacrime, è uno dei più toccanti. Un detto mai fino in fondo per paura di essere considerato «diverso» e non accettato dal resto del gruppo che aveva spezzato il cuore agli spettatori: «Amo il modo in cui è stato scritto questo personaggio e il viaggio che ha affrontato e che dovrà affrontare. Adesso parliamo di un adolescente che ama il suo migliore amico ma si trova in difficoltà nel capire se verrebbe accettato», aveva spiegato Noah lo scorso luglio. Aggiungendo: «Molte persone mi fanno i complimenti per il personaggio che interpreto. Un uomo di quasi 40 anni a Parigi mi ha detto: “Wow, il personaggio di Will mi ha fatto sentire così bene. Mi ci sono relazionato così tanto. È esattamente come ero da bambino”». Sei mesi dopo quelle parole, è arrivato il coming out dell'attore. La cui vita reale, a quanto pare, ha imitato la sua vita nella serie tv.

    Il diciottenne Noah, che fece il suo debutto in Stranger Things quando aveva appena 11 anni, dopo la pubblicazione del video su TikTok è stato inondato dall'affetto dei fan, anche famosi. Come l'ex cantante degli 'N Sync, Lance Bass, dichiaratamente omosessuale, che ha scritto a commento del filmato: «Benvenuto in famiglia».
    Fonte: VanityFair.It


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    Messaggio Da APUMA Lun 9 Gen 2023 - 15:45

    Adam Rich, è morto l’attore che interpretava il bambino de «La famiglia Bradford»: aveva 54 anni

    L’ex baby star aveva esordito nel 1977. Negli anni 90 aveva abbandonato le scene per un lungo periodo, dopo problemi di dipendenze.

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    Adam Rich, attore che aveva avuto successo da bambino interpretando il figlio più piccolo de «La famiglia Bradford», è morto nella sua casa di Los Angeles all’età di 54 anni. Il portale americano Tmz, nel dare la notizia, ha scritto che il decesso è avvenuto sabato, citando come fonte la famiglia, ma non ha fornito dettagli sulle cause della morte.

    Rich aveva fatto il suo esordio nel 1977 proprio con «La famiglia Bradford» interpretando il figlio più piccolo, Nicholas, fino al 1981. Aveva poi provato a portare avanti la carriera di attore in altre serie televisive - come «Love Boat», «CHiPs», «Fantasilandia», «L’uomo da sei milioni di dollari» - ma gli ingaggi con il passare del tempo erano calati. Così nel 1993, dopo aver recitato in un episodio di «Baywatch», aveva abbandonato le scene per un lungo periodo, dopo essere finito nel tunnel dell’alcolismo e delle droghe (nel 1989 aveva rischiato di morire per overdose da Valium). Era stato anche arrestato per un tentativo di furto nel 1991, quando aveva cercato di irrompere in una farmacia per procurarsi delle sostanze. A pagare la cauzione, in quell’occasione, era stato Dick Van Patten, attore che interpretava suo padre ne «La famiglia Bradford»

    Nel 2003 Rich ha poi interpretato se stesso nella commedia di David Spade «Dickie Robers: Former child star». Nel 2021 la Cnn ha parlato di lui nella serie «La storia della sitcom» e lui stesso, al tempo, ha riflettuto sui suoi esordi in un post di Instagram: «Sono grato della gioia che ho provato quando recitavo ne “La famiglia Bradford”... Spero di aver magari portato della gioia anche a voi».
    Fonte: Corriere.It

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    Messaggio Da APUMA Lun 9 Gen 2023 - 15:52

    Cristiano Ronaldo, arriva la legge ad personam per Georgina: follia in Arabia Saudita. Cosa è successo

    Lo stato arabo è stato costretto a concedere una deroga ai due fidanzati: la legge in vigore non consente la convivenza al di fuori del matrimonio.

    RIAD (Arabia Saudita) - Ronaldo cambia le leggi dell’Arabia Saudita. Lo stato arabo è stato “costretto” a modificare le proprie leggi per favorire la convivenza di Cristiano Ronaldo con Giorgina Rodriguez, compagna e madre dei figli del talento portoghese. Fino a qualche giorno fa, la legge non consentiva la convivenza al di fuori del matrimonio. Ma lo stato civile di Cristiano Ronaldo ha spinto lo stato saudita a cambiare la leggi in vigore, ma soltanto per lui.

    La soluzione
    In Arabia Saudita, la legge non permette ad una coppia non unita in matrimonio di convivere nella stessa abitazione. per questo motivo, alla coppia è stata concessa una sorta di deroga che consentirà ai due fidanzati di convivere al di fuori dei vincoli matrimoniali. Potrebbe essere un grande passo verso i diritti civili, oppure soltanto un favoritismo momentaneo per un campione che ha posto l’Arabia Saudita sotto la luce dei riflettori.
    Fonte: CorriereDelloSport.It


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    Messaggio Da APUMA Lun 9 Gen 2023 - 16:24

    Come sta Jeremy Renner: “Parte del busto è collassata, ha uno schiacciamento del petto e gravi ferite in tutto il corpo

    E' LA STAMPA  BELLEZZA!!!!!!! - Pagina 30 Jeremy11

    La dinamica dell’incidente non è ancora chiara nei dettagli ma sembrerebbe che dopo una forte nevicata che ha colpito l’area del Nevada in cui abita l’attore, Renner si sarebbe avvicinato con l’auto a un familiare che si trovava su uno spazzaneve.

    Le condizioni di salute di Jeremy Renner continuano ad essere stabili ma gravi. L’interprete di Occhio di Falco del mondo Marvel, che il 1 gennaio era stato ricoverato d’urgenza dopo essere rimasto schiacciato sotto uno spazzaneve di 60 quintali, è ricomparso sui social in un paio di istantanee che lo ritraggono inebetito probabilmente dagli antidolorifici ma letteralmente immobilizzato. Nella prima foto è stata l’equipe medica dell’ospedale del Nevada dove è ricoverato a fargli gli auguri di compleanno (52 anni ndr) circondandolo attorno al suo letto. Nella foto l’attore candidato all’Oscar per The Hurt Locker ha una bruttissima cera oltre ad essere sotto ossigeno con una mascherina che gli copre naso e bocca. In un altro video un familiare fa lo shampoo a Renner rigorosamente sotto una cuffia di plastica. L’attore non perde comunque l’attimo per una battuta di spirito definendo quel delicato istante uno “spa moment”.

    Secondo i referti ospedalieri Renner sarebbe rimasto schiacciato da uno spazzaneve e avrebbe riportato lo schiacciamento del lato destro del petto mentre la parte superiore del busto sarebbe collassata. Oltre a questo avrebbe riportato ferite in diverse parti del corpo tra cui il viso, la testa, un braccio e una gamba. La dinamica dell’incidente non è ancora chiara nei dettagli ma sembrerebbe che dopo una forte nevicata che ha colpito l’area del Nevada in cui abita l’attore, Renner si sarebbe avvicinato con l’auto a un familiare che si trovava su uno spazzaneve. L’attore sarebbe sceso dall’abitacolo e pochi secondi dopo, in maniera del tutto inattesa, lo spazzaneve si sarebbe ribaltato su di lui travolgendolo, anche se Renner sembra aver tentato di infilarsi in auto per proteggersi. L’interprete di diversi film dell’universo Marvel rimane ricoverato in terapia intensiva, mentre i medici, nonostante la gravità delle ferite, si dicono ottimisti per un lungo e lento recupero che seguirà a diversi interventi chirurgici a cui Renner si sottoporrà nei prossimi giorni.
    Fonte: IlFattoQuotidiano.It


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    Messaggio Da APUMA Lun 16 Gen 2023 - 16:21

    Morta Gina Lollobrigida, la "bersagliera" del cinema italiano

    La diva italiana che da sex symbol si è saputa trasformare in star internazionale aveva 95 anni. Sophia Loren: "Scossa e addolorata".

    È morta Gina Lollobrigida. Grande protagonista del cinema italiano, era nata a Subiaco il 4 luglio del 1927, aveva 95 anni. La Bersagliera seducente e la Fata turchina materna e dolcissima entrambe per la mano di Luigi Comencini, e nel mezzo tante ragazze (la romana di Zampa, la provinciale di Soldati), tante donne di fascino (l'Esmeralda del Gobbo Anthony Quinn, la regina di Saba accanto a Yul Brynner). Gina Lollobrigida, per tutti la Lollo, è stata una delle attrici più importanti della sua generazione, insieme alla "rivale" Sophia Loren ha contribuito a creare l'immagine della diva italiana che da sex symbol si è saputa trasformare in star internazionale. ''La Bersagliera ci ha lasciato. Profondamente addolorati ne danno il triste annuncio il figlio Milko e suo nipote Dimitri. La famiglia chiede, in questo momento di grande dolore, da parte dei media il massimo rispetto. Seguiranno ulteriori comunicazioni in merito''. "Sono profondamente scossa e addolorata" ha detto Sophia Loren, tra i primi a commentare la morte dell'attrice.

    Dai fotoromanzi al David speciale dalle mani di Mattarella
    Una carriera lunghissima, iniziata poco più che adolescente nei fotoromanzi celebrata principalmente al cinema, e terminata con alcuni film televisivi negli anni Ottanta e Novanta tra cui la ripresa de La romana di Alberto Moravia in una miniserie di Patroni Griffi, coronata da numerosi riconoscimenti, tra cui un Golden Globe per il film Torna a settembre con Rock Hudson, sette David di Donatello e due Nastri d'argento. È stata nominata Cavaliere della Repubblica e nell'ottobre 1996 Accademica onoraria dell'antica Accademia delle Arti del Disegno di Firenze. Nel '99 è stata nominata Ambasciatrice di buona volontà dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura. Nel 2016 un David speciale alla carriera le è stato consegnato dal presidente Mattarella. Nel 2018 la stella sulla Walk of Fame di Los Angeles.

    "Qualcosa di serio con le mie capacità"
    Luigia Lollobrigida era nata a Subiaco il 4 luglio 1927, in una famiglia di produttori di mobili che durante la guerra perse tutti i suoi beni. Nel 1944 il trasferimento a Roma dove Gina si iscrisse all'Istituto di Belle Arti e per mantenersi gli studi cominciò a girare per i locali disegnando caricature col carboncino e posando per alcuni fotoromanzi con lo pseudonimo di Diana Loris. Nel 1947 al concorso di Miss Italia si classificò terza, dopo Lucia Bosè e Gianna Maria Canale. Nella sua scheda di iscrizione sotto la voce "aspirazioni" scriveva in elegante grafia "far qualcosa di serio con le mie capacità".

    Il cinema sì ma non la gabbia dorata di Hollywood
    Nel frattempo, più per necessità che per reale interesse, aveva già iniziato la carriera cinematografica, come comparsa e controfigura, e successivamente in piccoli ruoli di contorno nei popolari film operistici dell'immediato dopoguerra, d'altronde la sua aspirazione oltre al cinema era la lirica che frequenta con i suoi studi da soprano, con la bella voce che dimostrerà di avere ne La donna più bella del mondo (1955), con Vittorio Gassman, film biografico che romanza la vita del soprano Lina Cavalieri. Nel gennaio 1949 sposò il medico sloveno Milko Skofic, che prestava servizio fra i profughi temporaneamente alloggiati a Cinecittà. Nell'agosto 1957 nasce il primo figlio Milko jr. Nel 1950 vola sola verso Hollywood accettando un invito del miliardario Howard Hughes, a tempo perso produttore e scopritore di dive come Jane Russell. Ma scoprendo che stava per essere chiusa in una gabbia dorata, torna a Roma.

    Il successo di una "maggiorata"
    All'inizio degli anni 50 arrivarono i primi successi, Campane a martello di Luigi Zampa 1949, Achtung, Banditi! (1951) di Carlo Lizzani e soprattutto Fanfan la Tulipe di Christian-Jaque del 1952, che la consacra star in Francia, mentre in Italia, nello stesso anno, conquista una vasta popolarità con Altri tempi di Alessandro Blasetti, nell'episodio Il processo di Frine con Vittorio De Sica, che conierà per lei il neologismo "maggiorata fisica". E fu accanto a De Sica che arrivò il ruolo più popolare per Gina Lollobrigida: è del 1953 il ruolo della Bersagliera, premiato con il Nastro d'Argento, in Pane, amore e fantasia di Luigi Comencini. A grande richiesta l'anno dopo gira un sequel altrettanto riuscito ma nel 1955 rifiuta la terza puntata della serie e viene rimpiazzata da Sophia Loren, sua storica rivale.

    Dalla romana alla Fata turchina
    Seguono alcuni ruoli che sottolineano il tentativo di approfondimento drammatico delle sue interpretazioni, come in La provinciale di Mario Soldati, La romana di Luigi Zampa e Mare matto di Renato Castellani, che rimangono le sue prove migliori. La seconda metà degli anni Cinquanta vedono la Lollo protagonista di superproduzioni internazionali come Il tesoro dell'Africa di John Huston con Humphrey Bogart e Jennifer Jones, La donna più bella del mondo biografia che lei stessa produsse su Lina Cavalieri con Vittorio Gassman in cui dà una buona prova di cantante lirica e per cui vince un David di Donatello, Trapezio di Carol Reed accanto a Tony Curtis, Il gobbo di Notre Dame (1957) dove interpreta una splendida e sensuale Esmeralda con Anthony Quinn come Quasimodo, Salomone e la regina di Saba (1959) di King Vidor con Yul Brynner che sostituisce Tyrone Power morto durante le riprese, Torna a settembre con Rock Hudson per cui vince un Golden Globe, Venere imperiale di Jean Delannoy (1962) sulla vita di Paolina Borghese che le fa aggiudicare un David di Donatello e un Nastro d'Argento, e tanti altri successi. Nel 1971 arrivò il divorzio dal marito da cui viveva separata da almeno 5 anni, e nel 1972 interpreta l'indimenticabile fata turchina nel Pinocchio televisivo di Luigi Comencini, ma dalla metà degli anni Settanta dirada le apparizioni per dedicarsi, con successo, alla fotografia e alla scultura.

    "Chi non fa niente invecchia prima"
    Nel 1988 è nel cast del serial americano Falcon Crest e l'anno successivo in quello del remake televisivo de La romana diretto da Giuseppe Patroni Griffi nel ruolo della madre della protagonista, interpretata da Francesca Dellera. Sul set le due donne non andavano d'accordo, fu guerra sul set e anche dopo. Nel 1996 ricevette il David di Donatello alla carriera dalle mani del suo amico Gianluigi Rondi e nel 2006 un riconoscimento speciale in occasione del cinquantenario del trofeo di cui era stata la prima vincitrice nel 1956. Nell'ottobre 2006 dichiara, a sorpresa, alla rivista spagnola Hola l'intento di sposarsi, dopo una relazione tenuta segreta per più di vent'anni, con l'imprenditore spagnolo Javier Rigau, di 34 anni più giovane di lei. Tempo dopo l'attrice racconterà di aver subito una truffa da Rigau che aveva cercato di sposarla per procura e che lei in seguito aveva denunciato. In occasione del suo ottantottesimo compleanno aveva dichiarato a sorpresa che al cinema sarebbe tornata ma solo se chiamata da Steven Spielberg: "Ho capito che il mio cervello funziona meglio di prima, chi non fa niente invecchia prima".
    Fonte: Repubblica.It

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    Messaggio Da APUMA Dom 29 Gen 2023 - 10:17

    So tutt muort abbruciat”, il tema choc sulla Shoah del 18enne napoletano

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    Oggi, 27 gennaio, è il cosiddetto ‘Giorno della Memoria’. Giornata dedicata, per l’appunto, al ricordo delle vittime dei campi di concentramento. Non è difficile, quindi, immaginare che oggi nelle scuole l’argomento venga trattato a più riprese, sensibilizzando gli studenti. Non si contano le classi alle quali è stato assegnato di scrivere un tema a riguardo.

    Ha lasciato, tuttavia, tristemente sbalorditi lo svolgimento di uno di questi temi. Infatti, in un istituto superiore di Napoli, uno studente ha scritto un compito in classe sulla Shoah dal contenuto agghiacciante. Così come segnala La Repubblica, l’alunno si è limitato laconicamente a scrivere: “So tutt muort abbruciat”. Cioè, letteralmente: “Sono tutti morti bruciati“.

    La docente d’italiano dello studente ha mostrato il tema alla preside che ha inviato subito una circolare per esternare il proprio stupore per quanto scritto: “Dobbiamo trovare le parole per evitare che quella ignobile frase, graffiata su un foglio bianco, passi inosservata. Abbiamo da educatori il dovere di accogliere e rilanciare. Sempre più spesso – dice – si mostrano incapaci di cogliere le emozioni, di entrare in sintonia con i drammi dell’altro, di mostrare empatia. È una vera patologia, l’alexitimia, ma se ne parla poco”.

    Poi aggiunge: “Quale che sia la risposta, la gravità di questo che gli esperti definiscono l’analfabetismo affettivo apre le porte a comportamenti, nella vita dei ragazzi, inclini alla violenza, alla provocazione, all’aggressione verbale e fisica. Parlare a scuola della Shoah serve anche a scongiurare questo tipo di condotte”.
    Fonte: InterNapoli.It

    Sbalordita


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    Messaggio Da APUMA Ieri alle 16:21

    È morta a 45 anni Annie Wersching: l’attrice di “24” e “Timeless” lottava contro il cancro

    L’attrice Ever Carradine ha aperto una raccolta fondi per aiutare la famiglia.

    E' LA STAMPA  BELLEZZA!!!!!!! - Pagina 30 Annie11

    È morta l’attrice Annie Wersching all’età di 45 anni. Lo ha annunciato il suo ufficio stampa e lo ha confermato il marito Stephen Full. Conosciuta per aver interpretato personaggi rilevanti in diverse serie televisive, come 24, Bosch e Timeless, l’attrice stava combattendo una battaglia contro il cancro da alcuni anni. La diagnosi le arrivò nel 2020, ma nonostante questo continuò a mandare avanti la sua carriera partecipando alla serie tv Star Trek: Picard. Wersching è nota anche per aver doppiato il videogioco The last of us. Neil Druckmann, il direttore creativo della nuova serie HBO Max The Last of Us, che si basa sul gioco, ha salutato pubblicamente l’attrice sui social. «Ho appena scoperto che la mia cara amica, Annie Wersching, è morta. Abbiamo appena perso una grande artista e un essere umano. Il mio cuore è in frantumi. I pensieri sono con i suoi cari», ha twittato.E' LA STAMPA  BELLEZZA!!!!!!! - Pagina 30 Annie_12

    La raccolta fondi per i figli e il saluto del marito
    Ever Carradine, l’attrice di Handmaid’s Tale, ha organizzato una raccolta fondi su GoFundMe a sostegno dei figli e del marito «in modo che possano continuare a vivere la vita senza la pressione di dover lavorare subito». A seguito della diffusione della notizia, il marito ha rilasciato una dichiarazione alla Cnn: «Oggi c’è un vuoto nell’anima della mia famiglia. Ma ci ha lasciato gli strumenti per riempirlo. Sapeva trovare la meraviglia anche nelle piccole cose. Non aveva bisogno di musica per ballare. Ci ha insegnato a non aspettare che l’avventura ti trovi. “Vai a trovarla. È dappertutto”. E noi la troveremo».
    Fonte: Open.Online

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