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    HO INCONTRATO LO YETI...E MI HA DETTO.....


    APUMA
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    HO INCONTRATO LO YETI...E MI HA DETTO..... - Pagina 5 Empty Re: HO INCONTRATO LO YETI...E MI HA DETTO.....

    Messaggio Da APUMA Sab Ott 20, 2018 8:48 am

    Caccia Selvaggia
    HO INCONTRATO LO YETI...E MI HA DETTO..... - Pagina 5 Caccia10

    La caccia selvaggia è un tema mitologico e folcloristico originario dell'Europa settentrionale, centrale e occidentale. La struttura narrativa di tutte le versioni del mito si fonda su questa premessa: un corteo notturno di esseri sovrannaturali attraversa il cielo (o il terreno), mentre è intento in una furiosa battuta di caccia, con tanto di cavalli, segugi e battitori al seguito.
    Fra i protagonisti della battuta di caccia nelle varie culture si possono citare Odino (Scandinavia), re Artù (Britannia), Carlo Magno (Francia), Nuada (Irlanda), Arawn (Galles), re Waldemar (Danimarca), l'exercito antiguo (Spagna), e Wotan con il suo Wütendes heer ("esercito furioso") in Germania. Si possono raggruppare le varianti secondo quattro classi, a seconda che il corteo soprannaturale sia composto da: soli animali (la maggioranza dei casi); anime dannate; esseri mostruosi o dalle origini comunque ultraterrene; un corteo guidato da un capogruppo, in genere legato alle forze ctonie.
    Essere testimoni della Caccia selvaggia viene considerato presagio di catastrofi e sciagure; i mortali che si trovano sul cammino del corteo sono in genere destinati a essere uccisi (rapiti e portati nel Regno dei Morti).

    Origini
    È un'immagine mitica del folklore europeo. Originaria di Germania e Britannia, si è diffusa in molte altre regioni europee, dalla Scandinavia alla zona delle Alpi.

    Nelle varie tradizioni popolari quest'immagine viene inserita in diversi racconti e leggende; ma la radice originaria della credenza della Caccia selvaggia affonda nella mitologia nordica: il dio Wotan (cioè Odino), psicopompo, nelle notti del Sacro Periodo (cioè quello che comprende i dodici giorni successivi al solstizio d'inverno) a cavallo di Sleipnir dalle Otto Zampe, mostruoso cavallo grigio, guida il corteo delle anime dei soldati morti in battaglia, in una vorticosa ridda (raid, assalto) attorno alla Terra.

    Nella schiera dei morti talvolta viene, più precisamente, descritta la schiera di coloro che hanno perso la vita anzitempo (come i bambini non battezzati o i soldati caduti in battaglia). Le tradizioni sull'esercito furioso sono state interpretate come una configurazione mitica e rituale in cui si esprimerebbe, attraverso il riferimento a Wotan, una remota e persistente vocazione guerriera dei maschi germanici. Se l'immagine della cavalcata notturna è estranea alla mitologia greco-romana, è invece presente in quella dei Celti, nella figura della dea Epona, sempre associata ai cavalli. Questa dea era una divinità mortuaria, spesso rappresentata con una cornucopia simbolo dell'abbondanza; a lei si sovrapporrà successivamente la dea romana Diana. Ad Epona poi si collegavano anche altre figure del mondo religioso celtico (come la dea notturna Queen Mab), tramontate con l'arrivo del Cristianesimo. Nel corso del Medioevo questo nucleo mitico alimentò anche una tradizione cortese. Si tratta dei romanzi del ciclo arturiano nei quali Re Artù appare come un vero re dei morti. La sua raffigurazione in groppa ad un caprone sul mosaico di Otranto (XII secolo), così come la sua comparsa, dopo un secolo, alla testa della "caccia selvaggia", testimonia la contiguità tra rielaborazioni letterarie e credenze folkloriche incentrate sul rapporto con l'aldilà. Il viaggio di eroi come Erec, Perceval, Lancillotto verso castelli misteriosi, che un ponte, un prato o una landa separano dal mondo degli uomini, è stato riconosciuto come un viaggio verso il mondo dei morti.

    In Italia
    In Italia, soprattutto nell'area alpina, la Caccia selvaggia viene associata a lontane luci, scalpitio di zoccoli, abbaiare di cani, urla demoniache, e un forte sibilare del vento. Il protagonista della caccia in questa zona si chiama Beatrik, e viene associato alla figura di Teodorico il Grande. La leggenda col tempo è stata inquadrata in una cornice cristiana che ne ha modificato i suoi connotati soprattutto nell'esito finale, utilizzandola a fini di ammonimento; in questa variante, l'intervento di un religioso riesce ad allontanare il corteo infernale.[senza fonte]
    • Nel Medioevo ad esempio troviamo una testimonianza d'eccezione per l'Italia nell'Inferno di Dante che ci dimostra come la leggenda fosse patrimonio comune europeo. La Caccia selvaggia compare anche nella novella moralizzante Il carbonaio di Niversa di Jacopo Passavanti e nel Decameron di Boccaccio nella novella di Nastagio degli Onesti dove, tre miglia fuori Ravenna si assiste alla scena di una donna discinta furiosamente inseguita da due cani e da "un cavalier bruno, forte nel viso crucciato, con uno stocco in mano"; ma possiamo ricordare anche il più tardo Torquato Tasso che vi accenna nella Gerusalemme liberata.
    • Nel folklore della Lunigiana, la Caccia selvaggia, nota come Caccia infernale, è preceduta da folate di vento gelido ed è composta da una muta di cani feroci e spiriti aggressivi. Nella cultura popolare italiana si racconta della Caccia selvatica soprattutto nelle zone montane: lungo tutto l'arco alpino e in certi casi anche lungo la catena appenninica, con varianti.

    Le varie terminologie
    Il nome con cui viene indicata la mitica Caccia selvaggia cambia di nazione in nazione attraverso l'Europa, ma anche spostandosi da una singola regione all'altra. In Inghilterra si chiama Wild Hunt, in Scozia Sluagh, in Germania Wutende heer, in Francia Chasse Arthur, in Svizzera Struggele selvaggia. Considerando solamente l'Italia, viene definita in Lombardia Caccia Morta (o Cascia Morta in dialetto lombardo) o Caccia del Diavolo, in Piemonte Corteo dla Berta o Càsa d'i canètt, in Trentino Cazza selvadega o "Ciaza Mata" in Val di Non, in Valsassina Kasa selvadega.

    Curiosità
    • La Schiera Furiosa ed il suo passaggio nei boschi della Normandia fanno da sfondo al romanzo La cavalcata dei morti della scrittrice francese Fred Vargas.
    • Nella Trilogia di Fionavar di Guy Gavriel Kay la caccia selvaggia è l'elemento dell'imprevedibilità e del caos, ed è la sua esistenza, al di fuori di ogni vincolo e di ogni regola, che dona la possibilità del libero arbitrio agli esseri umani.
    • È ispirata alla caccia selvaggia la compagnia di eroi che possono essere richiamati dalla morte per combattere nuove battaglie suonando in Corno di Valere nella Ruota del Tempo di Robert Jordan.
    • La Caccia Selvaggia è un elemento importante nella trama dei racconti e romanzi della serie The Witcher di Andrzej Sapkowski, nonché dell'omonima serie di videogiochi ad essa ispirati prodotta dal team polacco CD Projekt RED. In entrambe, guidata dal Re della Caccia Selvaggia, la Caccia è considerata presagio di guerra e morte e appare come corteo di cavalieri spettrali che solca i cieli su scheletri di cavalli in notti particolarmente significative, come quelle di equinozi e solstizi, rapendo uomini, i quali non faranno più ritorno. Non si tratta in realtà di veri spettri, ma di elfi provenienti dal mondo degli Aen Elle.
    • Appare un personaggio denominato caccia morta nel tredicesimo episodio della terza stagione della serie televisiva Grimm
    • La caccia selvaggia viene citata, come leggenda, da Noshiko Yukimura alla figlia Kira, nella serie televisiva Teen Wolf (5x01). La Caccia Selvaggia appare anche nella sesta stagione, in questo caso, come l'antagonista principale.
    • La Caccia Selvaggia viene citata anche nella saga di Cassandra Clare intitolata "Shadowhunters", ed è descritta come "un esercito di fate che disdegnano le corti terrene (Corte Seelie) e vanno a cavalcare il cielo, impegnandosi in una caccia continua". Il suo scopo è quello di raccogliere i moribondi e reclutarli nei suoi ranghi. Inoltre una volta all'anno un mortale può unirsi ad essa, ma senza far ritorno.
    • L'artwork della copertina dell'album "Blood Fire Death", quarto album in studio del gruppo musicale black metal svedese Bathory, pubblicato nel 1988, deriva dal dipinto Åsgårdsreien di Peter Nicolai Arbo.
    • La Caccia Selvaggia è il titolo del nono volume del fumetto Hellboy.
      Fonte: Wikipedia
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    Messaggio Da APUMA Ven Ott 26, 2018 3:27 pm

    Imp
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    L'imp è una creatura del folclore britannico, generalmente indicata come un piccolo demone.

    Etimologia del termine
    Il termine imp risale all'inglese antico impe o impa, dal significato letterale di "germoglio", "innesto", e nel XIV secolo, per estensione, il termine veniva usato per indicare i bambini.
    Intorno agli anni 1580, in ambienti cristiani e specie Puritani, per effetto di frasi come imp of Satan ("progenie di Satana") il termine assunse il significato di "diavoletto", estendendosi anche a creature come i folletti.

    Descrizione
    Nelle sue prime rappresentazioni un imp veniva considerato un demone di classe inferiore, che, analogamente a un genio, veniva rinchiuso dentro una bottiglia o un anello da cui veniva evocato a comando, perché svolgesse compiti di varia natura per il suo padrone. Una descrizione di questo tipo, ad esempio, si ritrova nel racconto Il diavoletto nella bottiglia (The Bottle Imp) di Robert Louis Stevenson; per citare un altro esempio notevole, si credeva che l'alchimista Paracelso ne tenesse uno intrappolato nel pomolo di cristallo della sua spada. Anche se classificati come demoni, gli imp erano considerati burloni e dispettosi, piuttosto che malvagi; secondo alcuni racconti, gli imp potevano essere temporaneamente neutralizzati con la musica.

    Nel Medioevo, allorché prese il via la caccia alle streghe, il termine "imp" divenne sinonimo di "famiglio". Secondo le credenze dell'epoca, in cambio dei loro servigi, le streghe avrebbero permesso agli imp di nutrirsi del proprio sangue, che veniva succhiato tramite le dita o altre protuberanze: i cacciatori di streghe cercavano quindi sui corpi delle "streghe" piaghe o altri segni che provassero il loro rapporto con tali demoni.
    Fonte: Wikipedia


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    Messaggio Da APUMA Ven Mar 01, 2019 3:02 pm

    Rokurokubi
    HO INCONTRATO LO YETI...E MI HA DETTO..... - Pagina 5 Collo_10

    I rokurokubi (ろくろ首 rokuro-kubi) sono un tipo di yōkai, creature della mitologia e del folclore giapponese; di giorno hanno l'aspetto di comuni donne, mentre di notte acquisiscono la capacità di allungare incredibilmente il collo. A differenza di una creatura simile, il nukekubi, con cui in occidente sono spesso confusi a causa di un errore dello scrittore Lafcadio Hearn, non sono generalmente aggressivi nei confronti degli esseri umani.

    Caratteristiche
    Durante le ore diurne, i rokurokubi agiscono come comuni esseri umani e si integrano perfettamente nella società, talvolta legandosi a uomini mortali. A causa della loro natura dispettosa, però, spesso non resistono alla tentazione di usare i loro poteri per spiare o terrorizzare gli esseri umani, e per tutelare la propria vita umana si rivelano solo a persone prive di credibilità, ubriachi o sciocchi, oppure davanti a dormienti o ciechi. In alcune storie compaiono invece dei rokurokubi che non sono nemmeno consapevoli della propria condizione e si considerano umani; talvolta l'allungamento del collo è un fenomeno inconsapevole che avviene durante la notte, e il rokurokubi si ricorda solo di aver sognato di guardare la stanza e il proprio corpo da angoli umanamente impossibili. In altre storie, infine, compaiono rokurokubi che non mostrano alcuna timidezza nell'usare i loro poteri, e si rivelano improvvisamente nella notte buia all'ignaro passante.

    In alcuni racconti di origine buddhista, i rokurokubi sono esseri umani condannati dal loro karma per aver infranto importanti precetti della religione; questi rokurokubi "demoniaci" sono più sinistri, e spesso mangiano o succhiano il sangue delle loro vittime, tipicamente altre persone che hanno infranto precetti della fede.

    Interpretare la parte di un rokurokubi è inoltre uno degli scherzi preferiti dai tanuki.
    Fonte: Wikipedia.


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    Messaggio Da APUMA Dom Set 01, 2019 8:22 am

    Yūrei
    HO INCONTRATO LO YETI...E MI HA DETTO..... - Pagina 5 Yurei10

    Gli yūrei (幽霊) sono i fantasmi della tradizione giapponese. Il nome è composto dai kanji yū (幽 "flebile", "evanescente", ma anche "oscuro") e rei (霊 "anima" o "spirito"). Sono talvolta chiamati anche bōrei (亡霊 "spiriti dei caduti"), shiryō (死霊 "spiriti dei morti"), o anche con i più generici nomi di yōkai (妖怪) e obake (お化け).

    Come per le controparti occidentali, si tratta di anime dei defunti che sono incapaci di lasciare il mondo dei vivi e raggiungere in pace l'aldilà.

    Origine
    Secondo la tradizione giapponese, tutti gli esseri umani hanno uno spirito/anima o reikon (霊魂); quando muoiono, il reikon lascia il corpo e resta in attesa del funerale e dei riti successivi, prima di potersi riunire ai propri antenati nell'aldilà. Se le cerimonie sono svolte nel modo appropriato, lo spirito del defunto diventa un protettore della famiglia, a cui torna a far visita ogni anno ad agosto durante la festa Obon, nella quale i vivi porgono ai defunti i propri ringraziamenti.
    Tuttavia, nel caso di morti improvvise e violente, o se i riti funebri non sono stati effettuati, o ancora se lo spirito è trattenuto al mondo dei vivi da forti emozioni, il reikon può trasformarsi in yūrei ed entrare in contatto con il mondo fisico. Non tutti gli spiriti che si trovano in queste condizioni però si trasformano in yūrei, perché agire sul mondo fisico dal mondo spirituale richiede una grande forza mentale o emotiva.
    Lo yūrei può infestare un oggetto, un posto o una persona, e può essere scacciato solo dopo aver celebrato i riti funebri o risolto il conflitto emotivo che lo tiene legato al mondo dei vivi, anche se sono presenti delle forme di esorcismo.

    Aspetto
    All'inizio, la tradizione non attribuiva agli yūrei un aspetto differente da quello dei comuni esseri umani.
    Nel tardo XVII secolo, durante il periodo Edo, si diffuse il gioco del Hyakumonogatari Kaidankai, molto popolare ancora oggi, che consiste nel raccontare a turno una storia dell'orrore (kaidan, termine non più in voga, sostituito nel giapponese moderno dall'inglese horror) e poi spegnere una luce; si credeva che quando l'ultima luce si fosse spenta uno yūrei si sarebbe manifestato. I kaidan divennero oggetto di letteratura, opere teatrali e dipinti, e gli yūrei cominciarono ad assumere degli attributi che permettevano al pubblico di identificarli immediatamente tra i personaggi.
    Il primo esempio dell'aspetto ormai canonico di uno yūrei è Il fantasma di Oyuki, un ukiyo-e di Maruyama Ōkyo.
    • Veste bianca - Simile al folkloristico lenzuolo bianco dell'immaginario collettivo occidentale, gli yūrei sono vestiti di un ampio abito bianco, che ricorda il kimono funerario in uso durante il periodo Edo; il kimono può essere un katabira (una semplice veste bianca) o un kyokatabira (simile al precedente ma decorato di sutra buddhisti).
    • Hitaikakushi - Un altro elemento di vestiario che li contraddistingue, ma soprattutto in alcune opere teatrali o di carattere comico, e reso popolare principalmente da anime e manga; è un fazzoletto avvolto intorno alla testa che assume una forma triangolare (con la punta rivolta verso l'alto) sulla fronte.
    • Capelli lunghi e neri - Gli yūrei hanno generalmente i capelli lunghi, neri e scompigliati. Si credeva che i capelli continuassero a crescere dopo la morte, e inoltre tutti gli attori nel kabuki indossavano parrucche.
    • Mani morte e mancanza della parte inferiore del corpo - Le mani dello yūrei penzolano senza vita dai polsi, che sono generalmente portate in avanti con il gomito all'altezza dei fianchi. La parte inferiore del corpo è del tutto assente, e lo yūrei fluttua nell'aria. Queste caratteristiche comparvero dapprima negli ukiyo-e del periodo Edo, e vennero poi fatte proprie dal kabuki, nel quale per nascondere la parte inferiore del corpo si usava un kimono molto lungo o si sollevava l'attore da terra con delle corde.
    • Hitodama - Gli yūrei sono spesso accompagnati da una coppia di fuochi fatui (hitodama) in sfumature tetre di blu, verde o viola; queste fiammelle sono considerate parte integrante dello spirito. Le hitodama sono entrate a far parte anche della simbologia di anime e manga, in cui oltre a seguire un fantasma compaiono intorno a persone dall'aria funebre o stati emotivi fortemente depressi.

    Tipologie
    - Jibakurei (自縛霊): spettro, spesso di una persona morta suicida o con dei rimpianti, che infesta un particolare luogo.
    - Hyōirei (憑依霊): uno spettro che si impossessa del corpo di un vivente.
    - Onryō (怨霊): spiriti vendicativi che tornano a perseguitare chi li ha maltrattati in vita.
    - Ubume (産女): spiriti di madri morte nel dare alla luce un figlio, o senza sapere cosa sia accaduto ad essi; sono generalmente innocui e desiderano solo incontrare i propri figli.
    - Goryō (御霊): spiriti di aristocratici morti per intrighi di palazzo o traditi dai propri servitori, che tornano a esigere vendetta.
    - Funayūrei (船幽霊): spiriti di marinai morti in mare; se vengono lasciati salire su una nave la fanno affondare.
    - Zashiki-warashi (座敷童): fantasmi di bambini, generalmente dispettosi.
    - Gaki (餓鬼): nati e diffusi nell'ambito della tradizione buddhista (sono presenti in tutte le culture influenzate dal Buddhismo: sono chiamati preta in sanscrito, peta in pāli, yidak in tibetano ed 餓鬼 egui in cinese), sono fantasmi di persone morte nella pratica ossessiva dei propri vizi, e che sono state condannate perciò ad una sete e fame insaziabili di particolari oggetti, generalmente ripugnanti e umilianti.
    - Jikininki (食尸鬼): una variante del precedente, anche questa di ambito buddhista; la loro condanna è cibarsi di cadaveri.
    - Ikiryō (生霊): una particolare forma di fantasma che si materializza quando la persona è ancora in vita; se questa infatti prova un forte desiderio di vendetta l'anima può separarsi in parte dal corpo e andare a perseguitare il nemico, oppure se è molto malata o in coma può manifestarsi accanto ai familiari.
    - Fantasmi di samurai: veterani della guerra di Genpei morti in battaglia; compaiono quasi esclusivamente nel teatro Nō.
    - Fantasmi seduttori: in taluni casi lo spettro di una donna o un uomo cerca di avere una storia d'amore con un vivente.

    Esorcismi
    Il modo più semplice per liberarsi di uno yūrei è soddisfare il suo desiderio, eliminando la sua ragione per restare in questo mondo; spesso significa trovare i suoi resti e dargli la dovuta sepoltura. Nel caso di onryō questo però significa dar seguito alla sua vendetta, cosa non sempre possibile, e inoltre le loro emozioni sono sufficientemente forti da sopravvivere anche dopo che lo scopo sia stato raggiunto. In questo caso è necessario un esorcismo, del quale però esistono diversi tipi. Nel buddhismo i monaci possono celebrare dei riti volti a facilitare il passaggio dello spirito nella sua prossima reincarnazione. Nello shintoismo è possibile recitare un norito (una preghiera rituale) con lo stesso scopo oppure usare un ofuda, un foglio con impresso il nome di un kami del quale assorbe il potere, che vengono premuti sulla fronte del posseduto o sparsi nell'area infestata. In almeno un caso, per placare uno spirito vendicativo lo si è deificato: dopo la morte in esilio di Sugawara no Michizane si verificarono epidemie e carestie, mentre la capitale subì tempeste e inondazioni, diversi fulmini colpirono il palazzo imperiale e morirono alcuni dei figli dell'Imperatore Daigo, che, su consiglio della corte convinta che Michizane fosse diventato un goryō, per placarlo bruciò l'ordine di esilio, deliberò che fosse venerato con il nome Tenjin (天神 "kami del cielo") e eresse in suo onore il tempio di Kitano a Kyōto.
    Fonte: Wikipedia


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    Messaggio Da APUMA Sab Feb 15, 2020 2:49 pm

    Scozia, dopo la tempesta Ciara riaffiora uno scheletro misterioso e molti "gridano" al mostro di Loch Ness

    Le ossa portate dalle violente mareggiate sul lido di Aberdeen hanno riacceso lʼinteresse intorno al leggendario Nessie

    "E' lo scheletro del mostro di Loch Ness". Così sui social è rimbalzato il commento degli utenti alla foto di uno scheletro spiaggiato sulla costa di Aberdeen, in Scozia, a circa 200 chilometri dal famigerato lago. Le gigantesche ossa sono approdate a riva dopo le violente mareggiate provocate dalla tempesta Ciara che ha vessato nei giorni scorsi la Gran Bretagna e l'Europa del Nord. Svelata dunque la leggenda di Nessie?

    HO INCONTRATO LO YETI...E MI HA DETTO..... - Pagina 5 Loch_n10

    L'enorme carcassa, per i più, potrebbe essere quella del leggendario mostro del lago scozzese, "fotografato" per la prima volta nel 1934 da Robert Kenneth Wilson. Ma molti restano con i piedi ben saldi a terra e parlano più realisticamente dei resti di una balena.

    A dare per prima notizia dell'insolito ritrovamento la pagina Facebook del sito di informazioni locali Fubar News. I commenti alla foto sono poi rimbalzati in tutto il mondo.
    Fonte: Tgcom24.Mediaset.It


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    Messaggio Da APUMA Dom Feb 16, 2020 9:22 am

    Nekomata

    Il nekomata (猫又 "gatto a due code") è uno yōkai, una creatura soprannaturale della mitologia giapponese evolutasi da un gatto e caratterizzata dalla presenza di una coda biforcuta o addirittura di una seconda coda e dalla capacità di camminare sulle zampe posteriori.

    Come per il "cugino" bakeneko e la kitsune, la trasformazione avviene solitamente quando il gatto raggiunge un'età avanzata (10 anni, secondo alcuni racconti): per questo motivo, fino al XVII secolo ai gatti spesso veniva mozzata la coda, secondo la credenza che questo avrebbe impedito la loro trasformazione in nekomata; tale superstizione potrebbe col tempo aver contribuito all'allevamento del bobtail giapponese, una razza di gatti privi di coda.

    Tradizionalmente, la distinzione tra nekomata e bakeneko è molto sfumata, tanto che secondo alcuni racconti l'uno potrebbe trasformarsi nell'altro avanzando ancora con l'età oppure per aiutare una persona cara. In ogni caso, diversamente dal bakeneko, nel nekomata il legame col mondo dei morti è molto forte, tanto che si dice si nutra di carogne e possegga poteri necromantici e sciamanici come la capacità di far muovere i morti a proprio piacimento, semplicemente agitando le sue code, un po' come un marionettista fa coi suoi pupazzi. Di solito usa questo potere esclusivamente per il proprio divertimento, tuttavia, essendo estremamente vendicativo, è solito rianimare i parenti defunti di coloro che l'hanno maltrattato per perseguitarli e rivalersi di ciò che ha subito fino a che non venga placato con offerte in cibo, scuse e attenzioni.

    Un'altra caratteristica che, secondo alcune leggende relativamente più recenti, avvicina i nekomata ai bakeneko, sarebbe quella di possedere la capacità di trasformarsi in donne umane — nekomusume (猫娘 "donna gatto"). Rispetto ai bakeneko però, essi appaiono come donne più mature, meno raffinate e circondate da un'atmosfera tetra e malsana, in grado di indurre malattie in chi rimane loro accanto troppo a lungo.

    Il mito
    Si racconta che secoli fa, nella casa di un samurai dell'Echigo di punto in bianco cominciarono a verificarsi inspiegabili fenomeni notturni: una strana fiammella vagava a qualche centimetro dal pavimento e fuggiva verso gli alberi dei vicini quando si cercava di prenderla, il filatoio prendeva a girare da solo, oggetti venivano trovati lontano da dove erano stati lasciati...
    Un giorno il padrone di casa, che non si era lasciato impressionare da nessuna di quelle stranezze, notò un grosso gatto rossiccio che, comodamente appollaiato sul grande albero in giardino, si guardava intorno con circospezione. Convintosi che esso fosse in qualche modo collegato a quanto accadeva la notte in casa sua, decise di porre fine al tutto prendendo il proprio arco e scagliando una freccia contro l'animale. Il colpo fu preciso e per l'animale, nonostante qualche frenetico tentativo di liberarsi del dardo, non ci furono speranze. Accorso ad esaminare il corpo del gatto, il samurai notò che aveva dimensioni enormi, forse raggiungeva il metro e mezzo di lunghezza, ma soprattutto aveva due code.
    Fatto sta che da quel giorno nella casa del samurai non si verificò più nulla di anomalo.
    Fonte: Wikipedia


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    Messaggio Da APUMA Dom Feb 16, 2020 9:27 am

    Bakeneko

    Il bakeneko (化け猫 "gatto mostruoso") è uno yōkai, una creatura soprannaturale della mitologia giapponese, evolutasi da un gatto ed in possesso di abilità metamorfiche simili a quelle di kitsune e tanuki. Spesso viene confuso con il "cugino" nekomata in cui il tradizionale legame tra gatto e defunti risulta più forte, in generale però la distinzione tra i due è molto sfumata.

    Tradizionalmente un gatto può diventare un bakeneko se raggiunge un'età molto avanzata o un peso particolarmente elevato (si parla di esemplari che, una volta uccisi, raggiungevano il metro e mezzo di lunghezza), tuttavia vi sono racconti su gatti trasformatisi dopo essere stati nutriti in una casa per diversi anni o per l'attaccamento al proprio padrone.

    Solitamente un bakeneko ha l'aspetto di un comune gatto ma di dimensioni molto maggiori, ha la capacità di camminare sulle zampe posteriori, di creare spettrali sfere di fuoco e di assumere sembianze umane (spesso mantenendo tratti felini); nel caso si trasformi in una donna viene solitamente chiamato nekomusume (猫娘 "donna gatto"). A volte, può persino arrivare a divorare una persona per sostituirsi ad essa.

    Come molti yōkai poi, il bakeneko ha la tendenza a rubare l'olio dalle lampade delle case: questa caratteristica potrebbe fondare le sue radici nel fatto che gli Andon (tradizionali lampade giapponesi di carta) erano spesso alimentati con olio di sarde.

    Il mito
    In un famoso racconto il vecchio gatto di un uomo di nome Takasu Genbei scomparve improvvisamente. Nello stesso periodo la madre dell'uomo cambiò completamente carattere, diventando schiva e scontrosa al punto da consumare i suoi pasti sempre da sola rinchiusa nella propria stanza. Quando i familiari, preoccupati, decisero di spiarla, non videro un essere umano ma un mostro dalle sembianze feline che mangiava su una carcassa animale. Ripugnato, Takasu decise allora di uccidere la creatura dalle sembianze di sua madre, che, trascorso un giorno, riprese l'aspetto del vecchio gatto di cui non aveva più notizie. Successivamente, sotto al tatami della stanza furono ritrovate le ossa sbiancate dell'anziana donna.

    Un altro racconto dell'era Anei parla di un certo Hirase di Sakai (città dell'odierna prefettura di Osaka). Di notte, mentre era intento a leggere un libro nella sua stanza, sentì aprirsi all'improvviso la porta alle sue spalle e, prima che potesse fare qualsiasi cosa, da essa entrò un braccio mostruoso che lo afferrò per i capelli. Spaventato, Hirase riuscì a colpire il braccio con la propria katana, facendo fuggire il proprietario. Il mattino dopo, in giardino, Hirase ritrovò l'arto che l'aveva attaccato, constatando che aveva l'aspetto di un enorme zampa felina.

    Da altri racconti, invece, emerge il rapporto che i bakeneko hanno con il mondo dei morti ed il forte legame coi propri padroni, conservato anche dopo la trasformazione. Secondo uno di questi, durante un corteo funebre apparve un mostro d'aspetto felino che, scendendo dal cielo, trafugò il cadavere per poi sparire con esso. In seguito si scoprì che era il gatto appartenuto al defunto che si era trasformato in bakeneko. Potrebbe basarsi su questo fatto l'abitudine popolare di non far uscire di casa o, come accade a Tsushima, di rinchiudere in apposite gabbie i gatti il cui padrone sia morto da poco tempo.

    Influenza culturale
    Nella maggior parte delle opere moderne, siano esse romanzi, film, manga, anime o videogiochi, il ruolo mitologico del bakeneko è stato assorbito nella figura della più popolare kitsune. Tuttavia la nekomusume gode di una popolarità particolare nella cultura giapponese moderna, dove il costume con attributi felini, detto nekomimi (猫耳 "orecchie da gatto"), è una delle forme di cosplay più popolari, fino ad essere ormai considerato tra gli otaku un'autentica fantasia erotica.
    Fonte: Wikipedia


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    Messaggio Da APUMA Sab Mar 07, 2020 9:35 am

    Gris-gris
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    Un gris-gris (o gri-gri o grigrì) è un amuleto vudù il cui scopo è quello di proteggere chi lo possiede dalla sfortuna o di attirare su di lui la buonasorte.

    Possono essere utilizzati a tale scopo gli oggetti più svariati, tuttavia una forma molto popolare di gris-gris sono i cosiddetti "sachets", ovvero piccoli sacchettini di stoffa da portare sulla persona (in tasca o in borsa) all'interno dei quali sono stati posti, a seconda dello scopo per il quale il gris-gris è stato fabbricato, una serie di elementi: erbe, olii, pietre, pezzetti di ossa, terra di cimitero e così via. È uso comune personalizzare il gri-gris aggiungendo agli ingredienti elementi appartenenti alla persona che lo dovrà usare, in modo da rafforzare il legame tra il sacchettino talismanico e il suo possessore: si usano comunemente a tale scopo frammenti di unghie, piccole ciocche di capelli e/o una goccia della saliva della persona che dovrà portare il talismano e così via.

    Nella pratica hoodoo della Louisiana i gris-gris sotto forma di sachet vengono spesso chiamati "mojo".
    Fonte: Wikipedia


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    Messaggio Da APUMA Sab Giu 13, 2020 1:42 pm

    La foresta dei misteri di Hoia Baciu, nel "Triangolo delle Bermuda" della Transilvania
    HO INCONTRATO LO YETI...E MI HA DETTO..... - Pagina 5 Forest10

    Una spettrale foresta dove gli alberi hanno tronchi ricurvi e sottili, degni di un set da film dell'orrore. Si trova al confine settentrionale della Romania, in Transilvania, la foresta di Hoia Baciu.

    Siamo non lontano da Cluj Napoca, la città che ha dato i natali al re Mattia Corvino, l'aguzzino di conte Dracula, e vanta splendide costruzioni gotiche e medievali, statue rinascimentali e, non ultima, una foresta da brivido che nei secoli sembra aver cambiato diversi «inquilini».

    Leggenda narra che fosse la casa dal diavolo. C'è chi giura di aver visto dei fantasmi aggirarsi fra gli alberi, come chi ha avvistato degli alieni e registrato strane luci e oggetti non identificati aggirarsi sopra il bosco. «State alla larga da quella terra, presenze maligne la abitano», dicevano i nonni d'inizio Novecento ai nipoti, che ancora oggi tramandano alle nuove generazioni questa buona abitudine.

    Ma il vero mistero di Hoia Baciu sono i suoi alberi. La foresta di estende per 250 ettari alla periferia di Cluj Napoca e sebbene sia «vecchia» di oltre due secoli, gli alberi appaiono ancora giovani, con tronchi sottili e dalla forma altamente insolita. E come se non bastasse, c’è un punto nella foresta, perfettamente circolare, dove da sempre non cresce un filo d’erba. Botanici e biologi di tutto il mondo lo hanno analizzato, senza però riportare nulla di anormale.

    Negli anni si sono raccontate talmente tante storie da far guadagnare a questa foresta il titolo di «Triangolo delle Bermuda» della Transilvania. «Chi si addentra troppo nella foresta è destinato a non fare più ritorno alla civiltà», si narra in paese. Molte persone giurano di sentirsi seguite da misteriose presenze e di udire voci spettrali tra le fronde degli alberi.

    Da giovane, il biologo Alexander Sift ha avuto un malore dopo esser stato a Hoia Baciu: per due settimane ha avuto la febbre e strane ustioni su tutto il corpo, e ha trascorso la sua vita a indagare sui misteri della foresta. Sift ha provato a dare una spiegazione scientifica all'accaduto, riscontrando zone ad alta radioattività e sintomi compatibili con la cheratosi attinica, una malattia cutanea dovuta ai raggi ultravioletti del Sole. Ma nulla è stato confermato, e la foresta può considerarsi uno dei luoghi paranormali meglio documentati al mondo.
    Fonte: LaStampa.It


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    Messaggio Da APUMA Sab Giu 13, 2020 2:15 pm

    La Maledizione di Villa De Vecchi
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    Se Villa De Vecchi di Bindo, frazione di Cortenova, in Provincia di Lecco, sapesse scrivere, probabilmente sporgerebbe querela per diffamazione. Da decenni sul suo conto girano storiacce nere di ogni tipo: orrendi omicidi, strane sparizioni e persino una fontana che zampilla sangue. Addirittura, secondo alcuni siti specializzati in misteri, sarebbe uno dei luoghi abbandonati più infestati da spettri al mondo.

    E, in effetti, il suo aspetto esteriore, fatto di pareti scrostate, finestre sfondate, graffiti sui muri e resti di bivacchi notturni, potrebbe anche trarre in inganno. In realtà, la sua vera storia non ha niente a che vedere coi fantasmi: Villa De Vecchi, più che un luogo maledetto, è un luogo della memoria per i redenti della valle ed anche uno degli elementi di maggior pregio architettonico della zona

    Ma andiamo con ordine.

    Villa De Vecchi, conosciuta nel mondo dell’esoterismo mondiale come la “Casa Rossa”, venne realizzata a metà dell’800 dal conte Felice De Vecchi, eroe delle Cinque Giornate di Milano e comandante della Guardia Nazionale, a Bindo, frazione di Cortenova, nel cuore della Valsassina. La villa, influenzata nell’architettura della passione per l’oriente del nobile milanese, venne realizzata su di un parco di 130 mila metri quadri. Costo totale: 44.063 lire. L’edificio conta due piani e un seminterrato dedicato a cucina, più un terzo piano, mai realizzato, dove sarebbe dovuto essere allestito un osservatorio astronomico. La leggenda vorrebbe che un brutto giorno il conte, di ritorno da una passeggiata nei boschi, trovò la moglie orrendamente assassinata e la figlioletta scomparsa. Disperato, abbandonò subito la tenuta, che nel giro di poco tempo sarebbe diventato un luogo maledetto. C’è chi giura di avere sentito il lamento di una donna provenire da una delle finestre e chi invece di avere udito il suono di un piano. Altri asseriscono convinti che la fontana che una volta ornava l’ampio parco ha zampillato sangue. Tuttavia, l’investitura a luogo maledetto di caratura internazionale, è arrivato grazie a una voce molto particolare, che riguarda una delle figure più inquietanti e discusse del satanismo mondiale: Aleister Crowley.

    Nei primi anni Venti Crowley e i suoi adepti iniziarono un lungo viaggio attraverso l’Italia alla ricerca del posto giusto dove fermarsi e dare vita a una comunità dedita al culto di satana e ai sacrifici umani. Prima che Mussolini lo buttasse fuori dal paese per attività antifasciste, la leggenda vuole che abbia preso in considerazione proprio la Casa Rossa, ma dopo avervi dormito per un paio di notti, forse per il clima rigido o forse per una certa ruvidezza delle popolazioni locali, decise di levare le tende.
    Crowley, comunque, trovò quello che cercava a Cefalù, dove fondò l’Abbazia di Thelema, e negli anni Settanta divenne anche fonte d’ispirazione delle musiche dei Led Zeppelin, che trasformarono la sua abitazione sulle rive del lago di Loch Ness, la mitica Boleskine House, in uno studio di registrazione. Di vero, però, in queste storiacce, non c’è niente.

    E a sostenerlo con forza sono gli stessi abitanti di Bindo che di queste voci non ne possono proprio più. Fra i più agguerriti nel difendere la reputazione di Villa De Vecchi c’è in particolare Giuseppe Negri, 80 anni suonati da un pezzo, figlio di Antonio, erede dell’ultimo custode della Villa, che ha deciso di fare chiarezza una volta per tutta sulla sua vera storia. E già dal primo dei ricordi che pesca nell’archivio della memoria strappa un sorriso: nella valle, Villa De Vecchi più che per i fantasmi, è famosa per la polenta taragna. A quanto pare, infatti, sua nonna che era la cuoca della tenuta ne cucinava a paiolate ogni volta che il conte arrivava in villeggiatura con la famiglia e quella che avanzava finiva sui tavoli dei contadini di Bindo e dintorni.

    Faccio proprio fatica a capire come siano nate certe voci – dice Negri -. Nessuno morì di morte violenta e nessuno sparì. Il conte e la moglie morirono di morte naturale e gli eredi abbandonarono la villa nel ’38”.
    Poi, durante la guerra, la tenuta venne abitata da alcuni sfollati e, nel ’59, la acquistarono i Medici di Marignano. Infine, all’inizio degli anni Ottanta, venne rilevata da alcune famiglie di imprenditori locali. Nessuno spettro, nessuna maledizione, nessun fatto di sangue.

    Negri ricorda di avere sentito primi racconti del terrore sulla Villa dai bambini che venivano in villeggiatura nella valle. E forse sono stati proprio quei racconti, amplificati prima dal turismo di massa e da internet, a dare l’inizio a tutto. Poi, lo stato di profondo abbandono e degrado in cui la tenuta è scivolata a partire dagli anni Settanta e la sagoma effettivamente un po’ inquietante, potrebbero avere fatto il resto. Fatto sta che da oltre 30 anni, la Villa è stata prima saccheggiata e devastata e poi trasformata in un bivacco per tossici. Senza contare le messe nere che alcuni gruppi di satanisti della domenica hanno effettivamente organizzato all’interno delle sue stanze. Il problema, poi, è che davanti a se Villa De Vecchi ha un futuro alquanto incerto.

    Comune, Provincia e Sovrintendenza hanno discusso più volte il recupero, ma tutti i piani sono regolarmente falliti. Nel 2012 si mobilitò anche il Fai, il Fondo ambientale italiano: Villa De Vecchi non è certo Venaria Reale, ma ha diversi elementi di pregio e valore. Anche in quella circostanza, tuttavia, l’opera di sensibilizzazione si arenò di fronte ai costi del piano di riqualificazione: circa sei milioni di euro. Infine, sempre Provincia e Sovrintendenza hanno hanno stabilito un pericolo di tipo idrogeologico medio-alto, bloccando così, per il momento, ogni possibile intervento di restauro (nel 2002 la Villa fu sfiorata da una valanga che travolse Bindo). Adesso, l’unica protezione su cui Villa De Vecchi può fare foto è un’alta recinzione installata tutto attorno col suo perimetro, sperando che basti per tenere alla larga curiosi e sbandati.
    Fonte: StorieDimenticate.It


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    Messaggio Da APUMA Lun Giu 15, 2020 8:45 am

    Llorona

    La Llorona è uno spettro del folclore dell'America Latina che, secondo la tradizione orale, si presenta come un'anima in pena di una donna che ha ucciso o perso il figlio, e che è alla vana ricerca di esso. Le sue agghiaccianti urla spaventano coloro che la vedono o la sentono. Mentre la leggenda ha molte varianti, a seconda del paese, i fatti centrali sono sempre gli stessi. La Llorona è considerata anche una variante della Dèa Astarte/ demone Astaroth.

    Origine del mito
    La presenza di esseri spettrali che piangono nei fiumi, per vari motivi, è una caratteristica ricorrente della mitologia aborigena dei popoli preispanici. Così, si possono trovare caratteristiche di questi spettri in diverse delle culture precolombiane che alla fine, con l'arrivo dei conquistatori spagnoli, hanno assunto lineamenti comuni grazie alla espansione del dominio ispanico sul continente. La leggenda è una storia che ha riferimenti mitici nell'universo preispanico, ma stabilisce la sua drammaticità nell'immaginario e angosciante ordine coloniale.
    La creazione e l'influenza del mito della Llorona tra i popoli ispanici ha anche elementi di altre mitologie proprie di culture aborigene precolombiane diverse dalle civiltà mesoamericane.
    In Messico, diversi ricercatori stimano che la Llorona, come altri personaggi della mitologia e leggende messicane, abbia la sua origine in alcuni esseri o divinità preispaniche come Auicanime tra i p'urhépecha, Xonaxi Queculla tra gli zapotechi, Cihuacoatl tra i nahua e Xtabay tra i lacandòn. Sempre identificata con l'aldilà, la fame, la morte, il peccato e la lussuria.

    Nel caso di Xtabay (o Xtabal), questa dea lacandona è identificata come uno spirito maligno nella forma di una bella donna la cui parte posteriore è a forma di albero cavo. Inducendo gli uomini a intrattenerla, li fa impazzire e li uccide. La dea zapoteca Xonaxi Queculla, è una divinità della morte, dell'aldilà e della lussuria che compare, in alcune rappresentazioni, con le braccia scarne. Attraente a prima vista, appare agli uomini li fa innamorare e li seduce per poi trasformarli in scheletri, prendendo lo spirito delle vittime per portarlo agli inferi. Auicanime era considerata, tra i p'urhépecha come la dea della fame (il suo nome può essere tradotto come assetato o necessità). Era anche la dea delle donne morte al loro primo parto, che, secondo la credenza, erano diventate guerriere, cosa che le rendeva delle divinità e, pertanto, oggetto di culto e di offerte.

    Infine, Cihuacoatl era, per i messicani, la dea della terra (Coatlicue), della fertilità e del parto (Quilaztli) oltre che donna guerriera (Yaocihuatl) e madre (Tonantzin), sia degli Aztechi sia dei propri dei. Metà donna e metà serpente, la dea emergeva, secondo la leggenda, dalle acque del lago Texcoco, a piangere i suoi figli (per gli aztechi) e come segnale precursore della devastazione della cultura messicana da parte dei conquistatori venuti del mare. Cihuacoatl in particolare mostra tre caratteristiche: le urla, il pianto e la notte; la presenza di acqua perché entrambe Aztlán come la grande Tenochtitlán erano circondate da essa, ed è per quello che entrambi i siti erano collegati, non solo fisicamente, ma anche nel mito; di essere la patrona delle civatateo, che di notte urlavano nell'aria. Queste erano le donne morte di parto, che arrivavano in terra in certi giorni a loro dedicati sul calendario, per spaventare la gente all'incrocio delle strade e che erano fatali per i bambini. Questa abbondanza di dee connesse ai culti fallici e alla vita sessuale fu la genesi non solo della Llorona, ma anche di altri fantasmi femminili che puniscono gli uomini, come ad esempio Siguanaba, Cegua o Sucia.

    Alla presenza di queste storie mitologiche nelle popolazioni precolombiane della Mesoamerica si unisce il contributo spagnolo per creare il mito in quanto tale. È nel periodo di colonizzazione spagnola delle Americhe, che il mito della Llorona prende forma. Dea o demone, secondo i casi, nessuno nella psiche del mondo coloniale poteva resistere al suo aspetto né alle sue lacrime dopo la morte, tanto che anche i conquistatori stabilirono, nella Valle del Messico, il coprifuoco alle undici di sera, dopo che incominciarono a farsi sentire terrificanti grida di una donna spettrale per le vie di Città del Messico. La sua visione portava alla morte o alla follia (in modo simile a quello delle divinità pre-ispaniche di cui sopra) coloro che cercavano di scoprire l'origine di quel gemito lamentoso. Per i coloni, la dea prendeva la forma di una donna galleggiante in abito bianco, il viso coperto da un velo (che copriva il volto terrificante di angoscia), che attraversa le strade e le piazze acciottolate della città gettando un grido di disperazione e di sconfitta. La Llorona è anche uno dei primi segni di mescolanza razziale, perché è durante questo periodo che viene identificato, in Messico, questo personaggio spettrale, con Dona Marina, la Malinche, che torna pentita a piangere la sua sventura, il tradimento della sua gente indigena e la sua relazione con Hernán Cortés come parte della leggenda nera di questi personaggi. Da qui sembrano venire molte versioni che puntano alla Llorona come protagonista di una tragica storia di amore e tradimento tra le donne indigene (o meticce o creole) e il loro amante spagnolo, che alla fine porta all'infanticidio come manifestazione del desiderio di punire l'uomo amante, in alcune versioni, o il padre della donna, in altre, utilizzando il bambino come strumento di vendetta per essere stato fonte del disonore, ma anche, in qualche modo, per punire se stessa per la propria debolezza.

    In America centrale, fra i Bribri, popoli indigeni che occupano la regione di Talamanca, al confine tra Costa Rica e Panama (zona di influenza della zona intermedia tra Mesoamerica e le culture del Sud America), ci sono storie di spiriti ancestrali chiamati "itsö", una specie di geni dall'aspetto di donna e il corpo di gallina, che abitano nelle grotte e nei letti dei fiumi e gridano lamentosi quando un bambino sta per morire, o si perdono i bambini nei boschi quando sono lontani dai loro genitori.

    Nel linguaggio Bribri, la parola "itsö” significa sia “Llorona” sia “Tulevieja". Da qui le somiglianze tra le leggende che si raccontano in Costa Rica e Panamá per questi due fantasmi (fondamentalmente una donna che uccide il suo bambino - frutto di una gravidanza indesiderata - e quindi è condannata a vagare come un fantasma). Nell’essere una zona di transizione tra il Sud e Centro America, nelle versioni della leggenda della Llorona in questa parte del Centro America si iniziano a vedere alcune caratteristiche che la differenziano dalla versione messicana.

    La llorona in Costa Rica è piuttosto associata alle montagne scure e aggroviglianti, alle profondità dei canyon, alle piogge, ai forti venti, ai fiumi e alle cascate, e pertanto ha un forte legame con le forze della natura e la vita rurale, in modo che il fantasma può essere visto solo (spesso solo sentito il suo grido), vicino a elementi idrici quali fiumi, laghi e cascate, di solito nei villaggi scarsamente popolati, quindi è un fantasma più associato ai campi.
    La sua funzione di castigo sembra anche un po’ più contenuta rispetto alla versione messicana (anche se sempre presente, come in alcune versioni della Tulevieja o Tepesa) e lo spettro si limita a spaventare con le sue lacrime, piuttosto che uccidere, anche se menziona un altro aspetto forse ancora più spaventoso: il rapimento dei bambini, che può essere visto in varianti della storia della Tulevieja in Costa Rica e Panamá, le leggende di elfi in Costa Rica e in alcune versioni della leggenda della Llorona in Colombia.
    In Sud America, vi sono alcune leggende precolombiane che sono state associate alla Llorona messicana, una volta stabilito il dominio spagnolo sul continente, ma non hanno un'origine comune, anche se ci sono aspetti molto simili.

    Si possono trovare tracce simili nella leggenda dell'Ayaymama della mitologia amazzonica peruviana e le leggende guarani, Guaymí Ita, Urutau o Guemi-cue. Fra queste leggende spicca la storia Pucullén (dal mapudungun külleñu (lacrime) e pu: prefisso plurale), appartenenti al folklore cileno. Mentre la Llorona mesoamericana è punita per aver ucciso i propri figli, quelli della Pucullén sono stati rapiti e uccisi da terzi, rendendo questa una vittima innocente del male. Relazionata anche alla morte, come la Llorona mesoamericana, la Pucullén è, più che un demone punitore, una guida per quelli che moriranno, proteggendo il loro cammino verso l’al di là.

    Diverse versioni della leggenda nei paesi dell'America Latina
    Argentina
    In questo paese si dice che la Llorona era una donna che uccideva i suoi figli gettandoli in un fiume, quindi si uccideva a sua volta per scontare la colpa. Viene descritta come una donna alta e snella vestita di bianco, della quale non si riesce a vedere il volto e, talvolta, neanche i piedi, tanto che sembra fluttuare nell'aria. Appare nelle strade emettendo gridi scioccanti che fanno impazzire anche i cani. In alcuni racconti ha la funzione dello spirito vendicatore quando monta i cavalli dei nottambuli e li uccide con un gelido abbraccio mortale.
    È considerata uno spirito di cattivi presagi. Può causare malattie alle persone, peggiorare la condizione di quelli che sono già malati o portare sfortuna alle loro famiglie. In altre storie si presenta come una donna innocua che ha bisogno di conforto e di aiuto, ingenerando pietà nelle vittime, ma quando ottiene aiuto, ruba loro tutto.
    Nella città di Marcos Juárez, provincia di Córdoba, spesso si sentivano pianti che si diceva provenissero dalla Llorona. Tuttavia, erano provenienti da alcuni burloni, che utilizzando registratori e altri strumenti tecnologici, spaventavano i residenti della città. Questo fatto non avvenne solo a Marcos Juárez, ma anche in città circostanti come Leones.

    Cile
    Le diverse leggende cilene circa la Llorona, vanno da alcune versioni molto simili a quelle messicane ad altre molto specifiche del folklore cileno. I cileni definiscono lo spettro come lo spirito di una donna alla ricerca di suo figlio, e lo caratterizzano come uno spettro con un rapporto speciale con la morte.
    In ogni caso, si tratta di una donna che era gelosa dei suoi due figli, perché il marito condivideva più tempo con loro. La donna si risentì profondamente, tanto da gettare i suoi due figli in un fiume. Quando il marito tornò a casa e chiese dei bambini, lei gli nascose la verità, ma lui si rese conto che nel fiume c'erano due bambini annegati. L'uomo, vittima del dolore, uccise la moglie, il cui spirito vaga in cerca dei loro figli.

    La Pucullén
    Nella versione distintiva della tradizione cilena, la Llorona si chiama Pucullén (da Cullen (lacrima) e il prefisso pu (plurale). Si dice che pianga eternamente perché le hanno preso il figlio dalle braccia in giovane età. Si tratta di una presenza spettrale vestita di bianco, che può essere vista soltanto dalle persone che sono vicine alla morte, alcune persone con abilità speciali (come Machi e Calcu) e gli animali che hanno sensi più acuti, compresi i cani, che abbaiano lamentandosi quando percepiscono la sua presenza.
    La Pucullén è una guida per i morti, ai quali indica - con i suoi passi e il pianto - il cammino che devono compiere per andare dal loro luogo terreno verso l'aldilà. Inoltre impedisce che lo spirito dei morti decida di ritornare dai parenti, arrabbiati per le loro poche lacrime e manifestazioni di dolore. Alcuni dicono che se si strofinano gli occhi con le lacrime di un cane, la si può vedere; ma se il cuore di chi guarda non è forte, l'immagine sarà terribile.
    Con le sue abbondanti lacrime, formando una piscina cristallina, la Pucullén segna il punto esatto del cimitero dove scavare la fossa per deporre il cadavere. Si dice che se questo accade, deve essere utilizzata tutta la terra necessaria per coprire il cadavere completamente, altrimenti entro un anno morirà un parente del defunto.

    La Llorona del ponte di San Carlos
    Secondo un'altra versione, l'incidente sarebbe accaduto sul ponte Lingue, a Litueche. Era un giorno di pioggia torrenziale e sotto il ponte scorreva una forte corrente, molto pericolosa. Un uomo che guardava quello che stava accadendo, vide una donna con un bambino in braccio. Lei, molto angosciata dalla pioggia, si appoggiò sul ponte, urlò e le sue grida si mescolarono con quelle del bambino. Poi il bambino scomparve nelle acque e la donna si gettò nel fiume, dove annegò senza trovare il suo bambino. Da allora, ogni volta che piove si sente urlare una donna inconsolabile. Solo quando troverà il suo bambino cesserà di piangere.

    Colombia
    Accanto alla Patasola e alla Tunda, la Llorona è anche una leggenda della Colombia. Secondo la versione della leggenda nella tradizione colombiana, la Llorona è il fantasma di una donna che cammina tra le valli e le montagne, vicino ai fiumi e ai laghi, vestita con una tunica nera che la copre tutta. Ha i capelli ricci lunghi, neri e, alcuni dicono di colore argento, marrone e oro, e nei suoi capelli si posano grilli, lucciole e farfalle. Il suo volto è un teschio spaventoso, e negli occhi ha due sfere luminose, e con le sue grandi mani, nodose e insanguinate, culla un bambino morto.
    In genere, La llorona versa lacrime di sangue sulla creatura, che conserva un'espressione angelica e con gli occhi sembra accusare la madre perché ha preso la sua vita. Dice la leggenda che la gente può sentirla piangere sulle pianure quando non c'è rumore. Dicono anche che spaventa le ragazze che hanno commesso atti di cui i loro genitori non sarebbero orgogliosi.

    Costa Rica
    La Llorona è, secondo lo scrittore costarricense Carlos Luis Saenz, uno dei quattro personaggi principali delle leggende del Costa Rica, assieme al Cadejos, alla Cegua e a La Carreta sin bueyes (il carretto senza buoi). Prima della conquista del Costa Rica, tra gli indigeni di Talamanca esistevano storie di donne piangenti, spiriti che vagavano per le foreste, come Sakabiali e Wíkela.
    La tradizione racconta che si trattava di una bellissima ragazza india, figlia di un re della etnia Huetar. Al momento della conquista spagnola, lei si innamorò di uno spagnolo ricambiata; Lo spagnolo chiese la mano al padre della ragazza, ma questi l’aveva già promessa a un altro re indigeno, e quindi il loro amore era impossibile. Per questo, si vedevano segretamente sulla cima di una cascata, in modo che il padre non se ne accorgesse. Lei rimase incinta e diede alla luce un figlio, che nascose per timore dell'ira di suo padre, il quale, tuttavia, si rese conto della vicenda, così sfidò lo spagnolo a duello per aver disonorato sua figlia.
    Cercando di conciliare il padre e il suo amato, la donna intervenne, ma il padre le rivelò che aveva preso coscienza dell'esistenza del bambino, lo afferrò e lo gettò dalla cima della cascata. Poi, la maledisse condannandola a vagare per sempre lungo le rive dei fiumi alla ricerca di suo figlio perduto, perseguitata da spiriti maligni e a piangere la sua sventura. Disperata, la donna fuggì attraverso i boschi urlando, mentre il Re indigeno e lo spagnolo si lanciarono in una battaglia a morte che uccise entrambi. Da allora, i viaggiatori che camminano attraverso i boschi nelle notti tranquille raccontano che sulle rive dei fiumi, si ascoltano lamenti, strazianti e terribili che gelano il sangue: è la Llorona in cerca di suo figlio a compimento della maledizione del padre.
    Un'altra versione racconta di una giovane contadina che lasciò il suo paese e si recò in città. Lì, incominciò a imitare i modi stravaganti dell'aristocrazia Josefina (relativo alla capitale San José), e presto rimase incinta. Vicino alla nascita del bambino (o bambina, secondo alcune versioni) abortì e lo gettò in un fiume, oppure si trattò di un parto prematuro con lo stesso risultato. Pentita, pagò il dolore della morte del figlio vagando su tutto il fiume alla ricerca del bambino abbandonato, che mai troverà. Si dice che lei non sapesse che era morto. Vagando e piangendo cammina lungo fiumi, laghi, stagni o pozze, qualsiasi luogo in cui ci sia l'acqua, inseguendo l'anima di suo figlio, ma quando va in suo soccorso nelle acque, questi scompare.
    Un'altra versione parla di una donna india di grande bellezza, chiamata Tulirá, figlia di un capo Huetar di nome Quezaro re di Pacacua. Con l'arrivo di Juan Vásquez de Coronado, la figlia, essendo promessa al capo Garabito, il più poderoso Re Huetar, si innamorò di un soldato spagnolo di quel governatore, a cui si unirà di nascosto da suo padre, ma lui, rendendosi conto, li sorprese entrambi. Incominciò un combattimento a morte con lo spagnolo quando si rese conto che sua figlia aveva avuto un bambino. Lei, disperata, gettò il bambino in un fiume, fatto che la fece impazzire e, dopo essere stata maledetta da suo padre, lei vagò per i fiumi come lo spirito in pena della Llorona.
    Ci sono altre versioni della leggenda, ma tutti sono d'accordo con il motivo del grido della Llorona. Alcuni dicono che è stata violentata, altri non la ubicano in città, ma in campagna, ma lo sfondo è sempre lo stesso: è l'anima perduta di una donna che piange, vagando lungo le rive dei fiumi, cercando il figlio che ha perso.

    Perù
    Anche in Perù si parla molto di questa storia, localizzandola per lo più nei campi. I guardiani o chi abita lì, dicono che sentono urla di una donna che piange per i suoi figli. Quando i guardiani o i vicini di casa vanno al luogo dove ci sono i rumori e gemiti non trovano nessuno. E poi sentono come una voce proveniente dall'oltretomba che dice: avete visto i miei figli?

    Ecuador
    In Ecuador è una leggenda ben nota, assieme a quella della dama coperta. La Llorona era una donna il cui marito la abbandonò con il suo bambino. Lei impazzì e annegò il bambino nel fiume, ma poi si pentì e si gettò in acqua per trovarlo. Quando lo trovò, era morto e senza un dito, il mignolo. Lei si suicidò e da allora la sua anima vaga, tagliando il mignolo delle persone. Tuttavia, vi è anche la versione più nota, nella quale affoga il suo bambino e piange cercandolo. Queste storie sono raccontate dai contadini. Si dice anche che se si mostra quando una donna partorisce in casa e tenta di prendere il bambino, affinché non succeda si mettono dolci per farla mangiare. In questo modo lascerà il bimbo.

    El Salvador
    A El Salvador, insieme alla Siguanaba e alla Descarnada, la Llorona è il personaggio più conosciuto. Gli anziani raccontano spesso la loro storia. Si dice che vaga per le strade delle città rurali piangendo per i suoi figli e che, entrando nella chiesa locale, scompare. La Llorona è un personaggio che quando entra in una via principale di una città lancia il suo primo grido e comincia a piangere. Si dice che cerchi la strada che conduce al cimitero della comunità, e le persone che la ascoltano hanno una sensazione di freddo nel loro corpo.

    Spagna
    La llorona di Barceloneta
    La leggenda differisce da quella ispanoamericana perché racconta di una donna giovane e bella, che conosce un uomo ricco e rispettoso. Col passare del tempo si sposano in un matrimonio pieno di amore e hanno un figlio con grande entusiasmo. Passano gli anni e la buona donna è stata abbandonata dal marito. Rimane sola con i suoi figli e una grande responsabilità che la porta alla depressione. Una notte invita i suoi figli a fare una passeggiata lungo la spiaggia. Lì li getta in acqua mentre li guarda lentamente annegare. La sua azione macabra l’ha portata a fuggire dal luogo. Mentre correva lungo la strada buia e in stato di confusione è colpita da un veicolo. La sua morte è stata istantanea.
    A seguito di questo evento, i residenti della spiaggia del villaggio di Barceloneta, commentano la misteriosa apparizione di una signora che hanno soprannominato "La Llorona". Questa donna appare nella notte producendo un suono strano, simile al pianto.

    Guatemala
    Nella sua versione guatemalteca, la Llorona è lo spettro di una donna (di origine spagnola) o di origine mista, ma in entrambi i casi con un elevato status socio-economico. La leggenda dice che la donna di nome Maria, mentre il marito era in viaggio, ebbe una relazione con un giovane che lavorava nella sua proprietà. Maria rimase incinta a causa di questo rapporto. Disperata, annegò il figlio (in altre versioni sono due o tre) in un fiume. Si dice che il bambino fu chiamato Juan de la Cruz. Per questo crimine la donna è stata condannata a ripetere fino alla fine dei tempi il suo grido: "Oh, figlio mio!" che diventa a volte "Ay! Dov'è mio figlio! Juan de la Cruz!".
    Secondo la tradizione, la Llorona cammina per le strade deserte e frequenta luoghi dove c'è acqua, come stagni, fiumi, sorgenti o serbatoi. I suoi gridi spaventano anche i più coraggiosi e paralizzano. Molti dicono di averla vista e sentita. Si dice che, quando si ascolta vicino, è in realtà molto lontana, e viceversa. Si dice che non può uccidere una persona se questa utilizza la biancheria intima al rovescio.

    Honduras
    La Llorona o la Sucia (la piagnucolona o la sporca) sono personaggi leggendari molto conosciuti in Honduras. Si raccontano molte versioni della loro storia. Generalmente si vede sulle rive dei fiumi, a mezzanotte, vestita di bianco mentre grida: “Ay, i miei figli!” È una tradizione orale, molto popolare nell'area rurale, dove molte persone sono convinte della sua esistenza. Si dice che la Llorona abbia ucciso i suoi tre figli annegandoli nel fiume e per questo, toglie la vita a qualsiasi persona che sia vicina a un fiume, perché pensa che possa essere uno dei suoi figli.

    Messico
    È il paese in cui è più radicata questa leggenda. Secondo la tradizione messicana, la leggenda della Llorona nacque dove oggi è Città del Messico.
    Esistono due versioni. La prima, la più conosciuta e diffusa in Messico, racconta che c’era una donna indigena – meticcia in alcune versioni - che aveva avuto un amore con un gentiluomo spagnolo. Come risultato di questa relazione nacquero dei bambini, che la madre amava, se ne prendeva cura e proteggeva. Quando la donna chiese al gentiluomo d’avere una relazione formale, lui la schivò, forse per paura di cosa potesse pensare la gente. Dopo un po' di tempo la donna lasciò l’uomo e lui si sposò con una donna spagnola dell’alta società. Quando la donna se ne rese conto, ferita e disperata, uccise i suoi figli annegandoli nel fiume o accoltellandoli, secondo altre versioni della leggenda. Dopo si suicidò perché non sopportava la sua colpa. Da quel giorno si ascolta il grido pieno di dolore della donna nel fiume dove si è tolta la vita. Quando venne costituito lo stato del Messico, venne dichiarato il coprifuoco alle undici di sera e nessuno poteva uscire di casa. A quanto si diceva si ascoltava un lamento vicino alla piazza della Patria, e se ci si affacciava alla finestra per vedere chi chiamava i suoi figli con tanta disperazione, si vedeva una donna magra, vestita tutta di bianco, che scompariva tra le strade.
    La seconda versione, che precede la prima, è poco conosciuta, sebbene sia una delle più vecchie di tutte le leggende della Llorona. Raccontano che prima dell’arrivo degli spagnoli in Messico, la gente che abitava la zona del lago di Texcoco, oltre a temere il dio del vento della notte (Yoalli Ehécatl) poteva sentire, durante la notte, i lamenti della donna che stava vagando per sempre, lamentando la morte dei suoi figli e la perdita della propria vita. La chiamavano Chocacihuatl – dal náhualtl choka (piangere) e cihualtl (donna) -. Era la prima di tutte le madri che morì nel dare alla luce. Lì galleggiavano nell’aria i teschi senza carne e separati dai corpi (Chocacíhuatl e suo figlio), inseguendo qualsiasi viaggiatore che fosse intrappolato dal buio della notte. Se qualche mortale vedeva queste cose, poteva essere sicuro che sarebbe stato sfortunato o morto. Questa entità era una delle più temute del mondo nahua prima dell’arrivo degli spagnoli. Fra Bernardino de Sahgún inserì la leggenda di Chocacíhuatl nella sua opera monumentale “Historia general de las cosas de nueva España” (1540-1585) e identificò questo personaggio come la dea Cihuacatl. Secondo il codice Aubin Cihuacatl fu una delle due divinità che accompagnarono i messicani durante il pellegrinaggio alla ricerca di Aztlán, e in accordo alla leggenda preispanica, poco prima dell’arrivo degli spagnoli emerse dai canali per avvertire il suo popolo della caduta di Messico-Tenochtitlán. Vagando tra i laghi e i templi di Anáhuac, vestita con un abito bianco e i capelli neri e lunghi, lamentava la sfortuna dei suoi figli con la frase <"Aaaaay, miei figli! Aaay, aaaay! Dove ve ne andate! Dove vi posso portare per scappare da questo fatale destino, i miei figli! State al punto di perdere!..."> Dopo la conquista del Messico, durante l’epoca coloniale, gli abitanti del villaggio facevano riferimento all’apparizione di un fantasma di donna vestita di bianco vagante per le strade della città Messicana gridando tristemente, mentre passava per la Plaza Mayor (Piazza Maggiore – antica sede del distrutto tempio di Huitzilopochtli, il maggiore dio azteca e figlio di Cihuacóatl), dove guardava fino all’oriente, e seguiva fino al lago di Texcoco, dove scompariva tra le ombre.

    Panamá
    La leggenda della llorona è il racconto tradizionale più popolare di Panama. Il pianto si sente comunemente durante la notte e quasi sempre nelle comunità vicine ai fiumi e alle spiagge.
    In questo paese centroamericano la llorona si è fusa con altre due leggende o almeno le ha influenzate: la Tulivieja, molto popolare nelle province centrali, e la Tepesa, nativa delle regioni indigene e molto popolare nelle province di Santos, Veraguas e Chiriquí.

    La Tulivieja
    Secondo la tradizione, la Tulivieja era una bella e giovane donna che, nonostante fosse sposata, amava andare alle feste. Raccontano che una volta c’era un ballo in un villaggio vicino, e lei non volle perderlo. La sua mamma si è rifiutata di prendersi cura del suo bambino quella sera, perché era stufa di fare la babysitter mentre sua figlia era a una festa. Ma la giovane, che voleva andare al ballo a ogni costo, lasciò il suo bambino sopra una pianta acquatica vicino al fiume, con l'intenzione di riprenderlo dopo il ballo. Quando tornò il figlio non c’era: la corrente del fiume lo aveva portato via. La donna cominciò a piangere. Pentita per l’errore che aveva commesso, cominció disperatamente a cercarlo. Dio l’aveva punita per la sua irresponsabilità e divenne un essere orribile con buchi sulla faccia e capelli lunghi fino ai piedi, deformati. Da quel momento vaga alla ricerca di suo figlio perduto ed è condannata a farlo per l'eternità.

    La Tepesa
    Il racconto risale all’epoca della conquista. Quando uno spagnolo si innamorò di una bella giovane indigena del villaggio Ngöbe-Buglé e lei rimase incinta. Per evitare che qualcuno della tribù si rendesse conto del suo errore, fuggì in montagna, e quando nacque suo figlio, lo annegò nel fiume. Dio vide l'omicidio, la maledisse e disse “Quel peccato ti peserà per l'eternità, da ora in poi piangerai per pagare la tua colpa" (crimine). Così nacque la Tepesa, un essere spaventoso che, come la Tulivieja, vaga attraverso i fiumi e torrenti piangendo pentita del suo peccato.

    Uruguay
    In Uruguay, la leggenda della Llorona è molto popolare. Qui sono raccontate alcune delle sue versioni più conosciute.

    La llorona del parco Rivera
    Una sera d'autunno, molti anni fa, una giovane donna decise di andare a fare una passeggiata nel parco Rivera. Mentre soffiava un vento freddo e pungente che faceva gemere gli alberi, si inoltrò nel parco in completa solitudine. La ragazza, una madre celibe, sul punto di sposarsi, era andata a fare una passeggiata nel parco con il suo bambino.
    Il giorno seguente trovarono il suo corpo senza vita nel lago del parco, e senza alcuna traccia del bambino. La storia racconta che da quel momento in poi, durante le notti d'autunno nebbiose e tristi, si può vedere una giovane con vestito da sposa intorno al lago. Cammina da sola e piange inconsolabilmente, mentre chiama il bambino che ha perso molto tempo fa.

    La llorona e i ladri
    Molto tempo fa, nel parco Rivera, viveva una coppia in una casa vicino al sito (parco). Mercoledì 9, mentre la coppia era fuori, i ladri entrarono in casa. Il marito era venuto a casa prima di finire il suo orario di lavoro e li sorprese in flagrante; i criminali disperati lo uccisero con un coltello. Quando cercarono di nascondere il corpo, udirono dei rumori. Era la donna che veniva a casa, vestita di bianco. Si nascosero dietro la porta e osservarono la giovane terrorizzata che aveva scoperto il corpo del marito. Mentre lei piangeva inconsolabilmente, i ladri decisero di completare l'opera e uccisero anch'essa. Per nascondere le tracce, gettarono i due corpi nella laguna del parco. Da quel momento in poi, la gente del villaggio dice che il giorno 9 d’ogni mese si sentono grida e gemiti strani provenienti dalla laguna, il luogo in cui sono stati gettati i corpi degli sfortunati amanti.

    La sciarpa della Llorona
    Un uomo si recò in una pista da bowling e conobbe una bella donna. Passarono la serata insieme, e dopo lui decise di accompagnarla a casa. Poiché lei aveva freddo, lui le prestò la sua sciarpa. Il giorno dopo, quando lui si recò a recuperare la sua sciarpa, bussò alla porta di casa di lei, e venne fuori una vecchia signora che gli chiese cosa volesse. Lui le disse che era venuto a vedere la ragazza. La donna, in lacrime, gli disse che sua figlia era morta 20 anni fa, sulla riva di un fiume e il suo corpo era stato sepolto nel cimitero del Nord. Rapidamente lui andò lì e trovò la tomba della giovane, trovando la sua sciarpa arrotolata sulla croce. Chiese a tutte le persone se conoscevano la ragazza e tutti gli risposero che lei era la Llorona. Lui voleva sapere perché la chiamavano così e scoprì che la ragazza si era suicidata quando aveva visto suo marito morto nel fiume. Da quel momento in poi, si sente ogni giorno un forte pianto e lamento sulla sua tomba.

    Venezuela
    Anche in Venezuela si conosce la leggenda della Llorona, che circola in forma scritta e in forma di corrido (canzone narrativa). La Sayona è un personaggio simile alla Llorona, ma lei appare solo agli uomini festaioli a cui piace andare e passare da una festa all'altra.
    La leggenda narra che la Llorona è l'anima perduta d’una giovane donna che ebbe una relazione con un soldato. Da quella storia nacque una bambina. Il soldato se ne andò lasciandola sola. Lei non avendo idea di come allevare una bambina e disperata di sentirla piangere, decise di ucciderla con le sue mani. Quando si rese conto di quello che aveva fatto, incominciò a piangere e urlare a gran voce, attirando i vicini e la famiglia. Vedendo quello che era successo, venne maledetta. Lei corse verso la pianura e divenne un essere spaventoso. Lei piange sempre, e quando entra in un villaggio chiama sua figlia. Si sa che ruba i bambini che sono soli, sia che siano a casa sia sulle rive di fiumi o torrenti. Di solito si sente piangere durante la Pasqua.
    Secondo altre versioni, la Llorona era una giovane ragazza che viveva in una piccola città nella pianura venezuelana. Questa ragazza, ogni volta che dava alla luce un figlio lo uccideva senza pietà. Confessò tutto al prete che viveva nel villaggio, aggiungendo che non aveva rimorso per quello che aveva fatto. Il prete si accorse che lei era incinta di nuovo e disse alla ragazza che quando avesse avuto il figlio lo avrebbe dovuto allattare prima di ucciderlo. Lei lo fece, e dopo avergli dato il latte materno lo uccise. Ma allattarlo aveva svegliato lo suo istinto materno, facendole sentire un grande senso di colpa. Da quel momento, vaga piangendo di dolore, cercando suo figlio e spaventando tutti quelli che incontra sulla sua strada.
    È rappresentata come una giovane donna, con capelli scuri lunghi e la pelle bianca. Indossa un lungo vestito bianco e sopra un altro di colore nero con cappuccio. Di solito porta un bambino in braccio, grida e urla dicendo "Figlio mio, figlio mio!".
    A volte le madri puniscono e spaventano i loro figli dicendo loro che se disobbediscono, la Llorona verrà a cercarli e a spaventarli durante la notte.
    La differenza tra la Llorona e la Sayona è che quest'ultima solitamente indossa solo il bianco e ha gli occhi rossi e zanne che sembrano di leone. Spaventa, uccide e fa diventare pazzi agli uomini che sono o sono stati infedeli. Lei non lo fa con tutte le persone o i bambini, come lo fa la Llorona. Si dice che aveva una bottiglia di acqua del fiume e un’altra con sangue puro dei bambini. Si metteva il sangue negli occhi e ogni persona che si avvicinava la legava a lei, e piangeva perché suo marito era con un'altra donna. Per questo decise di uccidere i suoi figli annegandoli nello stesso fiume dove aveva preso l'acqua. La sua anima è in quel fiume e dice “i miei figli, ridammi i miei figli”!

    Parallelismi con altre culture
    In tutto il mondo ci sono miti e leggende su esseri con alcune caratteristiche simili a quelli delle Llorona.
    Nella mitologia greca, per esempio, si possono trovare somiglianze con il mito di Medea, che uccise i suoi figli dopo che il marito, Giasone (che aveva aiutato a recuperare il vello d'oro), l'aveva abbandonata per un'altra donna. Allo stesso modo, anche i greci raccontano la leggenda di Lamia, una principessa con la quale Zeus aveva avuto diversi bambini, i quali vennero uccisi da Era. Lamia vaga da allora lamentando la perdita dei suoi figli e divorando i figli delle altre madri.
    Nella mitologia celtica, la banshee era uno spirito femminile che annunciava la morte di una persona attraverso gemiti spettrali che si ascoltavano da lunghe distanze.

    Africa
    In Africa, tra i popoli Yoruba di Dahomey e Togo, si racconta una leggenda che descrive il vento come una donna che cammina per i fiumi urlando e lamentandosi terribilmente e alla ricerca dei suoi figli uccisi. Questi sono stati annegati dal mare (che in questo mito è anche una donna) e le loro spoglie sparse in tutto il mondo. Questa leggenda, che ha forti analogie con la Llorona, è stata introdotta negli Stati Uniti dagli schiavi africani portati dagli europei in America ed è conosciuta soprattutto negli stati del sud come la Louisiana.

    Filippine
    Nelle Filippine ci sono due leggende simili alla Llorona. In una di queste, il fantasma di una sirena piange nel mare di notte lamentandosi dell'uccisione dei suoi figli da parte di un pescatore. Si dice che quando si sente il pianto, è dovuto a qualcuno che è annegato. Nell'altra versione, conosciuta come la leggenda della Donna Bianca, il fantasma abita nella nebbia e cattura le giovani donne una volta l'anno, fra la nebbia, mentre emette grandi urli.

    La llorona nei media
    Canzone
    La Llorona è anche la protagonista di una canzone eponima del XIX secolo, portata al successo prima dal cantante spagnolo Raphael, e successivamente da Chavela Vargas. In una scena del film "Frida" del 2002 diretto da Julie Taymor, Chavela Vargas interpreta il brano. Nel 2017, un suo riarrangiamento pop è stato inserito nel film Disney Pixar Coco.

    Film
    Il regista Ramón Peón, nel 1933, realizzò il film La Llorona prendendo spunto dal mito.
    Nel 2019 è stato rilasciato un film horror dal titolo La Llorona - Le lacrime del male.

    Serie Tv
    Nella serie televisiva Grimm durante un caso di rapimento di bambini si parla della Llorona ma non si capisce se sia un fantasma o un wesen.
    Fonte: Wikipedia


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    Messaggio Da APUMA Dom Nov 29, 2020 3:12 pm

    Mórrígan
    HO INCONTRATO LO YETI...E MI HA DETTO..... - Pagina 5 Morrig10

    La Mórrígan (spesso reso senza accenti, Morrigan) è una delle più importanti divinità irlandesi, una delle "furie guerriere" dei miti irlandesi, fortemente associata alla guerra, alla morte e al fato.

    Nome
    Nelle fonti, il nome della Mórrígan è sempre preceduto dall'articolo determinativo (an Mórrígan o an Mórrígu).
    Per quanto riguarda la sua etimologia, risale a un più antico nome irlandese, Mór Ríoghain, che si traduce letteralmente come "grande regina" (da mór, "grande", e rígan, "regina"); tale significato è lo stesso del nome dell'antica dea indoeuropea Rigantona, a cui il nome della Mórrígan viene talvolta ricondotto. Alternativamente, il primo elemento di Mór Ríoghain può anche essere identificato con il germanico mahr ("incubo", la stessa radice di nightmare), con il significato di "regina dei fantasmi".
    Tradizionalmente, il suo nome veniva anche ricollegato al vocabolo celtico mor ("mare"), una connessione generalmente rifiutata dai linguisti moderni; a questo elemento risale probabilmente il nome della fata Morgana, la quale viene, a volte, ricollegata alla stessa Mórrígan.

    Descrizione
    La Mórrígan fa parte dei Túatha Dé Danann, ed è figlia di Fiacha mac Delbaíth e di Ernmas e sorella di Badb e Macha.
    Viene descritta come una mutaforma, che ama assumere in particolar modo la forma di corvo o cornacchia (in particolare la cornacchia grigia), sorvolando i campi di battaglia e divorando i cadaveri o apparendo come una vecchia megera che chiama i guerrieri alla morte. Si presenta inoltre anche come un'anguilla, una mucca bianca dalle orecchie rosse, un lupo grigio-rosso o una donna o gigantessa che lava i panni insanguinati vicino ai campi di battaglia, oltre ad essere in grado di invecchiare o ringiovanire a piacimento. La sua caratteristica di mutaforma la avvicina alla figura del druido come bardo-stregone, un ruolo che ella stessa assume in alcune storie, intonando canzoni per portare vittoria, praticando la divinazione e prevedendo il futuro.
    È legata anche alla fertilità e alla sessualità, e alcune storie le attribuiscono un appetito sessuale insaziabile; ella sedurrebbe i soldati prima della battaglia, e condurrebbe i suoi amanti alla vittoria.

    Rapporto con Macha, Badb e Nemain
    La Mórrígan viene frequentemente associata ad altre dee guerriere irlandesi, Macha, Badb e Nemain; questa connessione assume spesso una forma triadica, in cui tre di queste quattro dee formano una triade chiamata "Morrígna" (che è il plurale di Mórrígan). Tuttavia, sebbene nella mitologia celtica fosse comune avere triadi di personaggi, specialmente tra quelli femminili, la Morrigan e le altre tre dee presentano una situazione particolare: la Mórrígan è sorella di Macha e Badb, in quanto tutte figlie di Fiacha mac Delbaíth[3][4], ma questa triade viene spezzata dal fatto che Macha muore per mano di Balor nella seconda battaglia di Mag Tuire. Alcune fonti sopperiscono a questa mancanza sostituendo Macha con Nemain.
    È possibile che, originariamente, vi fosse effettivamente una triade divina, con cui è stata in seguito fatta confusione; è altresì possibile che la Mórrígan e la Morrígna siano la stessa cosa e che le quattro dee, che non appaiono mai contemporaneamente in alcuna scena, fossero in origine una sola figura, con Badb ("corvo della battaglia"), Macha (sempre "corvo") e Nemain ("panico" o "furia") quali attributi della Mórrígan. Va inoltre notato che, nel Lebor Gabála Érenn, la Mórrígan è identificata anche con Anu, una dea madre citata anche nel Sanas Cormaic.

    Nei miti
    La Mórrígan appare nel Cath Maige Tuired, dove interviene in entrambe le battaglie di Mag Tuireadh: nella prima aiuta a sconfiggere i Fir Bolg; nella seconda, dopo che il Dagda si è unito a lei lungo il fiume Uinnius, gli garantisce la vittoria contro i Fomori. Alla fine, Badb (che però, per com'è formulato il testo, potrebbe anche essere un altro nome per indicare la Mórrígan), formula due profezie, una che preannuncia un periodo di pace, abbondanza e felicità e l'altra, antitetica alla prima, in cui prevede un futuro cupo, violento e sterile.
    È presente anche nel Ciclo dell'Ulster, dove invece viene respinta dall'eroe Cú Chulainn: adirata, la Mórrígan si accanisce contro di lui, portandolo infine alla morte e, al momento del suo trapasso, si posa sulla sua spalla in forma di corvo, reclamando la sua vita.
    Secondo una leggenda, inoltre, la Mórrígan sarebbe apparsa nell'anno 637 durante la battaglia di Moyrath, volando sopra gli schieramenti dei druidi per guidarli e incoraggiarli; questi ultimi, comunque, vennero sconfitti.
    Fonte: Wikipedia


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    HO INCONTRATO LO YETI...E MI HA DETTO..... - Pagina 5 Empty Felice Festa di Beltaine! ✿

    Messaggio Da APUMA Sab Mag 01, 2021 1:37 pm

    Ruota dell'Anno
    HO INCONTRATO LO YETI...E MI HA DETTO..... - Pagina 5 Anno_s10

    Nel paganesimo e in molte religioni neopagane, la Ruota dell'Anno rappresenta il ciclo naturale delle stagioni, commemorato con la celebrazione di otto sabbat o sabba. Secondo il neopaganesimo, tutte le cose della natura sono cicliche, compreso lo scorrere del tempo che viene immaginato come una ruota che gira incessantemente; lo scorrere delle stagioni si riflette nella nostra vita: nascita, crescita, declino e morte.

    Per alcune delle religioni neopagane come la Wicca, gli otto sabbat segnano otto momenti tipici lungo il percorso dell'anno e simboleggiano altrettante tappe nella vita del Dio, che nasce dalla Dea a Yule, cresce fino a diventare adulto, si unisce a lei a Beltane, regna come Re di primavera per poi indebolirsi e morire a Lammas.

    Alcune tradizioni dividono gli otto Sabbat in quattro maggiori e quattro minori.

    I quattro Sabbat maggiori sono molto probabilmente associati con i cicli dell'agricoltura e dell'allevamento, nell'antichità la loro data veniva determinata in base alla levata eliaca di alcune stelle facilmente visibili ad occhio nudo. Tradizionalmente duravano tre giorni a partire dal tramonto del giorno precedente (nella cultura celtica il giorno cominciava al tramonto).
    • Samhain/Calenda - Capodanno - Levata eliaca di Antares (Alpha Scorpii) celebrato attorno al 31 ottobre
    • Imbolc/Candelora - Festa del ritorno della Luce - Levata eliaca di Capella (Alpha Auriga) celebrato attorno al 2 febbraio
    • Beltane/Calendimaggio - Estate - Levata eliaca di Aldebaran (Alpha Taurus) celebrato attorno al 1º maggio
    • Lughnasadh - Festa del raccolto - Levata eliaca di Sirio (Alpha Canis major) celebrato attorno al 1º agosto

    Va sottolineato come queste coincidenze astronomiche, che erano esatte nell'età del ferro, oggi non sono più corrispondenti a causa dell'effetto combinato dei fenomeni di nutazione e delle precessioni.

    Gli altri quattro Sabbat minori:
    • Yule celebrato attorno al 21-22 dicembre
    • Ostara celebrato attorno al 22-23 marzo
    • Litha celebrato attorno al 21-22 giugno
    • Mabon celebrato attorno al 22-23 settembre

    sono calcolati in base al ciclo solare e coincidono con i due solstizi e i due equinozi.

    Origine della Ruota dell'anno
    Nonostante le festività citate siano di origine antica pare che l'idea di una "Ruota dell'Anno" formalizzata in questo modo risalga a Ross Nichols che la diffuse negli anni cinquanta.
    Secondo Phyllis Curott "i moderni sabba contengono elementi della tradizione celtica, gallese, nordica, italiana, babilonese, egiziana, greca e di altre antiche mitologie e tradizioni religiose misteriche".

    Ci sono chiare similitudini fra i sabbat e molte feste cristiane, non è escluso che molte date per le celebrazioni cristiane fossero decise in base a diversi motivi, non ultimo la necessità di competere con le precedenti e molto sentite festività pagane. È il caso ad esempio del Natale fatto coincidere con il precedente Dies Natalis Sol invictus, o alle feste di Ognissanti e celebrazione dei defunti, fatti coincidere con il capodanno celtico di Samhain.

    I Sabbat nel neopaganesimo contemporaneo
    Le date attuali in cui vengono celebrati i sabbat sono:
    • Samhain (vigilia del 31 ottobre), inizio dell'anno.
    • Yule (solstizio d'inverno, 21 dicembre).
    • Imbolc o anche Imbolg, Imbolic, Oimelc, Brigid o Bride (2 febbraio e vigilia).
    • Ostara o anche Eostre o Eostar (equinozio di primavera, 21 marzo).
    • Beltane o Beltaine (1º maggio e vigilia).
    • Litha (solstizio d'estate, 21 giugno).
    • Lughnasadh (scritto anche Lunasa o Lughnasa) oppure Lammas (1º agosto e vigilia).
    • Mabon ob Modron (equinozio d'autunno, 22 o 23 settembre).

    Le date indicate sono valide per l'emisfero nord, dove queste feste hanno avuto origine, coloro che abitano a sud dell'equatore dovrebbero cambiare le date di conseguenza, per riflettere l'andamento stagionale del loro emisfero (in pratica traslando ogni ricorrenza di sei mesi). Ad esempio, in Australia Samhain andrebbe celebrato il primo maggio, mentre in Germania si celebrerebbe contemporaneamente Beltane.

    Per sottolineare quanto queste festività siano legate ai cicli stagionali della natura, Fred Lamond in Fifty Years of Wicca, evidenzia non solo la differenza che ci deve essere tra l'emisfero nord e l'emisfero sud del mondo, bensì anche le differenze che possono esistere all'interno di uno stesso continente: ad esempio in Europa la festa di Beltane sarebbe più appropriato festeggiarla a fine marzo nei paesi Mediterranei, visto che già in questo periodo il freddo invernale è stato sostituito dai tepori primaverili ed è perciò possibile stare all'aperto di notte; andrebbe festeggiata ai primi di maggio nei paesi dell'Europa Continentale ed Atlantica (come già effettivamente avviene); mentre andrebbe celebrata a fine giugno in Scandinavia e nell'Europa di nord-est, dove la primavera e le temperature più miti arrivano molto tardi.

    Schema riassuntivo:
    HO INCONTRATO LO YETI...E MI HA DETTO..... - Pagina 5 Schema11
    Fonte: Wikipedia


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