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    Messaggio Da APUMA il Sab Ott 20, 2018 8:48 am

    Caccia Selvaggia
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    La caccia selvaggia è un tema mitologico e folcloristico originario dell'Europa settentrionale, centrale e occidentale. La struttura narrativa di tutte le versioni del mito si fonda su questa premessa: un corteo notturno di esseri sovrannaturali attraversa il cielo (o il terreno), mentre è intento in una furiosa battuta di caccia, con tanto di cavalli, segugi e battitori al seguito.
    Fra i protagonisti della battuta di caccia nelle varie culture si possono citare Odino (Scandinavia), re Artù (Britannia), Carlo Magno (Francia), Nuada (Irlanda), Arawn (Galles), re Waldemar (Danimarca), l'exercito antiguo (Spagna), e Wotan con il suo Wütendes heer ("esercito furioso") in Germania. Si possono raggruppare le varianti secondo quattro classi, a seconda che il corteo soprannaturale sia composto da: soli animali (la maggioranza dei casi); anime dannate; esseri mostruosi o dalle origini comunque ultraterrene; un corteo guidato da un capogruppo, in genere legato alle forze ctonie.
    Essere testimoni della Caccia selvaggia viene considerato presagio di catastrofi e sciagure; i mortali che si trovano sul cammino del corteo sono in genere destinati a essere uccisi (rapiti e portati nel Regno dei Morti).

    Origini
    È un'immagine mitica del folklore europeo. Originaria di Germania e Britannia, si è diffusa in molte altre regioni europee, dalla Scandinavia alla zona delle Alpi.

    Nelle varie tradizioni popolari quest'immagine viene inserita in diversi racconti e leggende; ma la radice originaria della credenza della Caccia selvaggia affonda nella mitologia nordica: il dio Wotan (cioè Odino), psicopompo, nelle notti del Sacro Periodo (cioè quello che comprende i dodici giorni successivi al solstizio d'inverno) a cavallo di Sleipnir dalle Otto Zampe, mostruoso cavallo grigio, guida il corteo delle anime dei soldati morti in battaglia, in una vorticosa ridda (raid, assalto) attorno alla Terra.

    Nella schiera dei morti talvolta viene, più precisamente, descritta la schiera di coloro che hanno perso la vita anzitempo (come i bambini non battezzati o i soldati caduti in battaglia). Le tradizioni sull'esercito furioso sono state interpretate come una configurazione mitica e rituale in cui si esprimerebbe, attraverso il riferimento a Wotan, una remota e persistente vocazione guerriera dei maschi germanici. Se l'immagine della cavalcata notturna è estranea alla mitologia greco-romana, è invece presente in quella dei Celti, nella figura della dea Epona, sempre associata ai cavalli. Questa dea era una divinità mortuaria, spesso rappresentata con una cornucopia simbolo dell'abbondanza; a lei si sovrapporrà successivamente la dea romana Diana. Ad Epona poi si collegavano anche altre figure del mondo religioso celtico (come la dea notturna Queen Mab), tramontate con l'arrivo del Cristianesimo. Nel corso del Medioevo questo nucleo mitico alimentò anche una tradizione cortese. Si tratta dei romanzi del ciclo arturiano nei quali Re Artù appare come un vero re dei morti. La sua raffigurazione in groppa ad un caprone sul mosaico di Otranto (XII secolo), così come la sua comparsa, dopo un secolo, alla testa della "caccia selvaggia", testimonia la contiguità tra rielaborazioni letterarie e credenze folkloriche incentrate sul rapporto con l'aldilà. Il viaggio di eroi come Erec, Perceval, Lancillotto verso castelli misteriosi, che un ponte, un prato o una landa separano dal mondo degli uomini, è stato riconosciuto come un viaggio verso il mondo dei morti.

    In Italia
    In Italia, soprattutto nell'area alpina, la Caccia selvaggia viene associata a lontane luci, scalpitio di zoccoli, abbaiare di cani, urla demoniache, e un forte sibilare del vento. Il protagonista della caccia in questa zona si chiama Beatrik, e viene associato alla figura di Teodorico il Grande. La leggenda col tempo è stata inquadrata in una cornice cristiana che ne ha modificato i suoi connotati soprattutto nell'esito finale, utilizzandola a fini di ammonimento; in questa variante, l'intervento di un religioso riesce ad allontanare il corteo infernale.[senza fonte]
    • Nel Medioevo ad esempio troviamo una testimonianza d'eccezione per l'Italia nell'Inferno di Dante che ci dimostra come la leggenda fosse patrimonio comune europeo. La Caccia selvaggia compare anche nella novella moralizzante Il carbonaio di Niversa di Jacopo Passavanti e nel Decameron di Boccaccio nella novella di Nastagio degli Onesti dove, tre miglia fuori Ravenna si assiste alla scena di una donna discinta furiosamente inseguita da due cani e da "un cavalier bruno, forte nel viso crucciato, con uno stocco in mano"; ma possiamo ricordare anche il più tardo Torquato Tasso che vi accenna nella Gerusalemme liberata.
    • Nel folklore della Lunigiana, la Caccia selvaggia, nota come Caccia infernale, è preceduta da folate di vento gelido ed è composta da una muta di cani feroci e spiriti aggressivi. Nella cultura popolare italiana si racconta della Caccia selvatica soprattutto nelle zone montane: lungo tutto l'arco alpino e in certi casi anche lungo la catena appenninica, con varianti.

    Le varie terminologie
    Il nome con cui viene indicata la mitica Caccia selvaggia cambia di nazione in nazione attraverso l'Europa, ma anche spostandosi da una singola regione all'altra. In Inghilterra si chiama Wild Hunt, in Scozia Sluagh, in Germania Wutende heer, in Francia Chasse Arthur, in Svizzera Struggele selvaggia. Considerando solamente l'Italia, viene definita in Lombardia Caccia Morta (o Cascia Morta in dialetto lombardo) o Caccia del Diavolo, in Piemonte Corteo dla Berta o Càsa d'i canètt, in Trentino Cazza selvadega o "Ciaza Mata" in Val di Non, in Valsassina Kasa selvadega.

    Curiosità
    • La Schiera Furiosa ed il suo passaggio nei boschi della Normandia fanno da sfondo al romanzo La cavalcata dei morti della scrittrice francese Fred Vargas.
    • Nella Trilogia di Fionavar di Guy Gavriel Kay la caccia selvaggia è l'elemento dell'imprevedibilità e del caos, ed è la sua esistenza, al di fuori di ogni vincolo e di ogni regola, che dona la possibilità del libero arbitrio agli esseri umani.
    • È ispirata alla caccia selvaggia la compagnia di eroi che possono essere richiamati dalla morte per combattere nuove battaglie suonando in Corno di Valere nella Ruota del Tempo di Robert Jordan.
    • La Caccia Selvaggia è un elemento importante nella trama dei racconti e romanzi della serie The Witcher di Andrzej Sapkowski, nonché dell'omonima serie di videogiochi ad essa ispirati prodotta dal team polacco CD Projekt RED. In entrambe, guidata dal Re della Caccia Selvaggia, la Caccia è considerata presagio di guerra e morte e appare come corteo di cavalieri spettrali che solca i cieli su scheletri di cavalli in notti particolarmente significative, come quelle di equinozi e solstizi, rapendo uomini, i quali non faranno più ritorno. Non si tratta in realtà di veri spettri, ma di elfi provenienti dal mondo degli Aen Elle.
    • Appare un personaggio denominato caccia morta nel tredicesimo episodio della terza stagione della serie televisiva Grimm
    • La caccia selvaggia viene citata, come leggenda, da Noshiko Yukimura alla figlia Kira, nella serie televisiva Teen Wolf (5x01). La Caccia Selvaggia appare anche nella sesta stagione, in questo caso, come l'antagonista principale.
    • La Caccia Selvaggia viene citata anche nella saga di Cassandra Clare intitolata "Shadowhunters", ed è descritta come "un esercito di fate che disdegnano le corti terrene (Corte Seelie) e vanno a cavalcare il cielo, impegnandosi in una caccia continua". Il suo scopo è quello di raccogliere i moribondi e reclutarli nei suoi ranghi. Inoltre una volta all'anno un mortale può unirsi ad essa, ma senza far ritorno.
    • L'artwork della copertina dell'album "Blood Fire Death", quarto album in studio del gruppo musicale black metal svedese Bathory, pubblicato nel 1988, deriva dal dipinto Åsgårdsreien di Peter Nicolai Arbo.
    • La Caccia Selvaggia è il titolo del nono volume del fumetto Hellboy.
      Fonte: Wikipedia
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    Messaggio Da APUMA il Ven Ott 26, 2018 3:27 pm

    Imp
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    L'imp è una creatura del folclore britannico, generalmente indicata come un piccolo demone.

    Etimologia del termine
    Il termine imp risale all'inglese antico impe o impa, dal significato letterale di "germoglio", "innesto", e nel XIV secolo, per estensione, il termine veniva usato per indicare i bambini.
    Intorno agli anni 1580, in ambienti cristiani e specie Puritani, per effetto di frasi come imp of Satan ("progenie di Satana") il termine assunse il significato di "diavoletto", estendendosi anche a creature come i folletti.

    Descrizione
    Nelle sue prime rappresentazioni un imp veniva considerato un demone di classe inferiore, che, analogamente a un genio, veniva rinchiuso dentro una bottiglia o un anello da cui veniva evocato a comando, perché svolgesse compiti di varia natura per il suo padrone. Una descrizione di questo tipo, ad esempio, si ritrova nel racconto Il diavoletto nella bottiglia (The Bottle Imp) di Robert Louis Stevenson; per citare un altro esempio notevole, si credeva che l'alchimista Paracelso ne tenesse uno intrappolato nel pomolo di cristallo della sua spada. Anche se classificati come demoni, gli imp erano considerati burloni e dispettosi, piuttosto che malvagi; secondo alcuni racconti, gli imp potevano essere temporaneamente neutralizzati con la musica.

    Nel Medioevo, allorché prese il via la caccia alle streghe, il termine "imp" divenne sinonimo di "famiglio". Secondo le credenze dell'epoca, in cambio dei loro servigi, le streghe avrebbero permesso agli imp di nutrirsi del proprio sangue, che veniva succhiato tramite le dita o altre protuberanze: i cacciatori di streghe cercavano quindi sui corpi delle "streghe" piaghe o altri segni che provassero il loro rapporto con tali demoni.
    Fonte: Wikipedia


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    Messaggio Da APUMA il Ven Mar 01, 2019 3:02 pm

    Rokurokubi
    HO INCONTRATO LO YETI...E MI HA DETTO..... - Pagina 5 Collo_10

    I rokurokubi (ろくろ首 rokuro-kubi) sono un tipo di yōkai, creature della mitologia e del folclore giapponese; di giorno hanno l'aspetto di comuni donne, mentre di notte acquisiscono la capacità di allungare incredibilmente il collo. A differenza di una creatura simile, il nukekubi, con cui in occidente sono spesso confusi a causa di un errore dello scrittore Lafcadio Hearn, non sono generalmente aggressivi nei confronti degli esseri umani.

    Caratteristiche
    Durante le ore diurne, i rokurokubi agiscono come comuni esseri umani e si integrano perfettamente nella società, talvolta legandosi a uomini mortali. A causa della loro natura dispettosa, però, spesso non resistono alla tentazione di usare i loro poteri per spiare o terrorizzare gli esseri umani, e per tutelare la propria vita umana si rivelano solo a persone prive di credibilità, ubriachi o sciocchi, oppure davanti a dormienti o ciechi. In alcune storie compaiono invece dei rokurokubi che non sono nemmeno consapevoli della propria condizione e si considerano umani; talvolta l'allungamento del collo è un fenomeno inconsapevole che avviene durante la notte, e il rokurokubi si ricorda solo di aver sognato di guardare la stanza e il proprio corpo da angoli umanamente impossibili. In altre storie, infine, compaiono rokurokubi che non mostrano alcuna timidezza nell'usare i loro poteri, e si rivelano improvvisamente nella notte buia all'ignaro passante.

    In alcuni racconti di origine buddhista, i rokurokubi sono esseri umani condannati dal loro karma per aver infranto importanti precetti della religione; questi rokurokubi "demoniaci" sono più sinistri, e spesso mangiano o succhiano il sangue delle loro vittime, tipicamente altre persone che hanno infranto precetti della fede.

    Interpretare la parte di un rokurokubi è inoltre uno degli scherzi preferiti dai tanuki.
    Fonte: Wikipedia.


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    Messaggio Da APUMA il Dom Set 01, 2019 8:22 am

    Yūrei
    HO INCONTRATO LO YETI...E MI HA DETTO..... - Pagina 5 Yurei10

    Gli yūrei (幽霊) sono i fantasmi della tradizione giapponese. Il nome è composto dai kanji yū (幽 "flebile", "evanescente", ma anche "oscuro") e rei (霊 "anima" o "spirito"). Sono talvolta chiamati anche bōrei (亡霊 "spiriti dei caduti"), shiryō (死霊 "spiriti dei morti"), o anche con i più generici nomi di yōkai (妖怪) e obake (お化け).

    Come per le controparti occidentali, si tratta di anime dei defunti che sono incapaci di lasciare il mondo dei vivi e raggiungere in pace l'aldilà.

    Origine
    Secondo la tradizione giapponese, tutti gli esseri umani hanno uno spirito/anima o reikon (霊魂); quando muoiono, il reikon lascia il corpo e resta in attesa del funerale e dei riti successivi, prima di potersi riunire ai propri antenati nell'aldilà. Se le cerimonie sono svolte nel modo appropriato, lo spirito del defunto diventa un protettore della famiglia, a cui torna a far visita ogni anno ad agosto durante la festa Obon, nella quale i vivi porgono ai defunti i propri ringraziamenti.
    Tuttavia, nel caso di morti improvvise e violente, o se i riti funebri non sono stati effettuati, o ancora se lo spirito è trattenuto al mondo dei vivi da forti emozioni, il reikon può trasformarsi in yūrei ed entrare in contatto con il mondo fisico. Non tutti gli spiriti che si trovano in queste condizioni però si trasformano in yūrei, perché agire sul mondo fisico dal mondo spirituale richiede una grande forza mentale o emotiva.
    Lo yūrei può infestare un oggetto, un posto o una persona, e può essere scacciato solo dopo aver celebrato i riti funebri o risolto il conflitto emotivo che lo tiene legato al mondo dei vivi, anche se sono presenti delle forme di esorcismo.

    Aspetto
    All'inizio, la tradizione non attribuiva agli yūrei un aspetto differente da quello dei comuni esseri umani.
    Nel tardo XVII secolo, durante il periodo Edo, si diffuse il gioco del Hyakumonogatari Kaidankai, molto popolare ancora oggi, che consiste nel raccontare a turno una storia dell'orrore (kaidan, termine non più in voga, sostituito nel giapponese moderno dall'inglese horror) e poi spegnere una luce; si credeva che quando l'ultima luce si fosse spenta uno yūrei si sarebbe manifestato. I kaidan divennero oggetto di letteratura, opere teatrali e dipinti, e gli yūrei cominciarono ad assumere degli attributi che permettevano al pubblico di identificarli immediatamente tra i personaggi.
    Il primo esempio dell'aspetto ormai canonico di uno yūrei è Il fantasma di Oyuki, un ukiyo-e di Maruyama Ōkyo.
    • Veste bianca - Simile al folkloristico lenzuolo bianco dell'immaginario collettivo occidentale, gli yūrei sono vestiti di un ampio abito bianco, che ricorda il kimono funerario in uso durante il periodo Edo; il kimono può essere un katabira (una semplice veste bianca) o un kyokatabira (simile al precedente ma decorato di sutra buddhisti).
    • Hitaikakushi - Un altro elemento di vestiario che li contraddistingue, ma soprattutto in alcune opere teatrali o di carattere comico, e reso popolare principalmente da anime e manga; è un fazzoletto avvolto intorno alla testa che assume una forma triangolare (con la punta rivolta verso l'alto) sulla fronte.
    • Capelli lunghi e neri - Gli yūrei hanno generalmente i capelli lunghi, neri e scompigliati. Si credeva che i capelli continuassero a crescere dopo la morte, e inoltre tutti gli attori nel kabuki indossavano parrucche.
    • Mani morte e mancanza della parte inferiore del corpo - Le mani dello yūrei penzolano senza vita dai polsi, che sono generalmente portate in avanti con il gomito all'altezza dei fianchi. La parte inferiore del corpo è del tutto assente, e lo yūrei fluttua nell'aria. Queste caratteristiche comparvero dapprima negli ukiyo-e del periodo Edo, e vennero poi fatte proprie dal kabuki, nel quale per nascondere la parte inferiore del corpo si usava un kimono molto lungo o si sollevava l'attore da terra con delle corde.
    • Hitodama - Gli yūrei sono spesso accompagnati da una coppia di fuochi fatui (hitodama) in sfumature tetre di blu, verde o viola; queste fiammelle sono considerate parte integrante dello spirito. Le hitodama sono entrate a far parte anche della simbologia di anime e manga, in cui oltre a seguire un fantasma compaiono intorno a persone dall'aria funebre o stati emotivi fortemente depressi.

    Tipologie
    - Jibakurei (自縛霊): spettro, spesso di una persona morta suicida o con dei rimpianti, che infesta un particolare luogo.
    - Hyōirei (憑依霊): uno spettro che si impossessa del corpo di un vivente.
    - Onryō (怨霊): spiriti vendicativi che tornano a perseguitare chi li ha maltrattati in vita.
    - Ubume (産女): spiriti di madri morte nel dare alla luce un figlio, o senza sapere cosa sia accaduto ad essi; sono generalmente innocui e desiderano solo incontrare i propri figli.
    - Goryō (御霊): spiriti di aristocratici morti per intrighi di palazzo o traditi dai propri servitori, che tornano a esigere vendetta.
    - Funayūrei (船幽霊): spiriti di marinai morti in mare; se vengono lasciati salire su una nave la fanno affondare.
    - Zashiki-warashi (座敷童): fantasmi di bambini, generalmente dispettosi.
    - Gaki (餓鬼): nati e diffusi nell'ambito della tradizione buddhista (sono presenti in tutte le culture influenzate dal Buddhismo: sono chiamati preta in sanscrito, peta in pāli, yidak in tibetano ed 餓鬼 egui in cinese), sono fantasmi di persone morte nella pratica ossessiva dei propri vizi, e che sono state condannate perciò ad una sete e fame insaziabili di particolari oggetti, generalmente ripugnanti e umilianti.
    - Jikininki (食尸鬼): una variante del precedente, anche questa di ambito buddhista; la loro condanna è cibarsi di cadaveri.
    - Ikiryō (生霊): una particolare forma di fantasma che si materializza quando la persona è ancora in vita; se questa infatti prova un forte desiderio di vendetta l'anima può separarsi in parte dal corpo e andare a perseguitare il nemico, oppure se è molto malata o in coma può manifestarsi accanto ai familiari.
    - Fantasmi di samurai: veterani della guerra di Genpei morti in battaglia; compaiono quasi esclusivamente nel teatro Nō.
    - Fantasmi seduttori: in taluni casi lo spettro di una donna o un uomo cerca di avere una storia d'amore con un vivente.

    Esorcismi
    Il modo più semplice per liberarsi di uno yūrei è soddisfare il suo desiderio, eliminando la sua ragione per restare in questo mondo; spesso significa trovare i suoi resti e dargli la dovuta sepoltura. Nel caso di onryō questo però significa dar seguito alla sua vendetta, cosa non sempre possibile, e inoltre le loro emozioni sono sufficientemente forti da sopravvivere anche dopo che lo scopo sia stato raggiunto. In questo caso è necessario un esorcismo, del quale però esistono diversi tipi. Nel buddhismo i monaci possono celebrare dei riti volti a facilitare il passaggio dello spirito nella sua prossima reincarnazione. Nello shintoismo è possibile recitare un norito (una preghiera rituale) con lo stesso scopo oppure usare un ofuda, un foglio con impresso il nome di un kami del quale assorbe il potere, che vengono premuti sulla fronte del posseduto o sparsi nell'area infestata. In almeno un caso, per placare uno spirito vendicativo lo si è deificato: dopo la morte in esilio di Sugawara no Michizane si verificarono epidemie e carestie, mentre la capitale subì tempeste e inondazioni, diversi fulmini colpirono il palazzo imperiale e morirono alcuni dei figli dell'Imperatore Daigo, che, su consiglio della corte convinta che Michizane fosse diventato un goryō, per placarlo bruciò l'ordine di esilio, deliberò che fosse venerato con il nome Tenjin (天神 "kami del cielo") e eresse in suo onore il tempio di Kitano a Kyōto.
    Fonte: Wikipedia


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